Le interazioni farmacologiche nei pazienti oncologici possono contribuire fino al 4% dei decessi per tumore e al 2% dei ricoveri ospedalieri. Il dato è stato presentato il 27 febbraio 2026 all’Università degli Studi di Milano durante il convegno nazionale “Le interazioni farmacologiche nella gestione del rischio clinico: guida ragionata nel percorso decisionale (e all’etica della scelta)”.
Secondo quanto discusso nel corso dell’incontro, circa due terzi delle persone in trattamento oncologico attivo risultano esposte al rischio di interazioni tra farmaci. La crescente diffusione della politerapia, che include trattamenti antitumorali, farmaci di supporto e talvolta medicinali assunti in auto-prescrizione, aumenta la complessità della gestione clinica e può ridurre l’efficacia delle cure o determinare eventi avversi.
Gianluca Vago, direttore del Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia dell’ateneo milanese, ha sottolineato come l’uso concomitante di antiemetici, anticonvulsivanti, analgesici e corticosteroidi rappresenti uno dei principali fattori di rischio di interazioni. «L’elevata prevalenza della politerapia nei pazienti oncologici pone una serie di sfide uniche, perché è in grado di compromettere l’efficacia e la sicurezza delle cure anti-cancro», ha affermato.
Il tema assume particolare rilievo alla luce dell’evoluzione delle terapie oncologiche. Come evidenziato durante il convegno, la coesistenza di chemioterapia, terapie mirate, agenti ormonali, anticorpi monoclonali e anticorpi farmaco-coniugati richiede valutazioni individualizzate. Uno studio citato nel corso dei lavori, condotto su oltre 5.600 casi di interazioni, ha mostrato che le terapie mirate sono coinvolte nel 63% degli episodi, rispetto al 21% degli agenti citotossici e al 19% delle terapie ormonali.
Romano Danesi, ordinario di Farmacologia al medesimo Dipartimento, ha richiamato la molteplicità dei fattori che influenzano il metabolismo dei farmaci, tra cui genetica, età e funzionalità d’organo, evidenziando come le interazioni possano essere determinate anche da alimenti e integratori. Sul versante clinico, Giuseppe Curigliano, ordinario di Oncologia medica, ha indicato che l’efficacia delle immunoterapie può risultare ridotta quando somministrate insieme ad antibiotici, corticosteroidi o inibitori della pompa protonica.
Accanto alla dimensione farmacologica, il convegno ha posto attenzione al processo decisionale condiviso. Gabriella Pravettoni, ordinario di Psicologia delle decisioni e direttrice della Divisione di Psiconcologia dello IEO, ha evidenziato il ruolo degli esiti riferiti dal paziente (PRO) nella valutazione dei trattamenti e nella qualità di vita, osservando che l’adozione sistematica di strumenti di monitoraggio dei sintomi resta limitata in molti contesti ospedalieri.
I relatori hanno indicato nella collaborazione multidisciplinare tra oncologi, farmacologi e professionisti dell’area psicosociale un elemento centrale per la gestione del rischio associato alla politerapia. Tra le strategie richiamate figurano il rafforzamento delle competenze integrate, il monitoraggio dei sintomi attraverso strumenti patient-reported e il miglioramento dell’informazione rivolta a pazienti e caregiver sui possibili rischi delle interazioni farmacologiche.