Tra le persone che hanno già ricevuto una diagnosi di tumore e consumano quantità elevate di alimenti ultra-processati si registra un aumento della mortalità del 59% per malattia oncologica e del 48% per tutte le cause, rispetto a chi segue un'alimentazione più salutare. È quanto emerge da uno studio condotto dall'l'Irccs Neuromed di Pozzilli, con il sostegno della Fondazione Airc e pubblicato su Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention.
Gli alimenti ultra-processati sono considerati poco salutari per molteplici ragioni: risultano spesso poveri di nutrienti essenziali come vitamine, minerali e fibre. Nel corso della lavorazione industriale vengono frequentemente introdotti molti additivi, oltre a livelli elevati di zuccheri aggiunti e grassi non salutari.
Nell'ambito del progetto Moli-sani, i ricercatori hanno seguito 24.325 persone di età pari o superiore a 35 anni, individuando 802 partecipanti (476 donne e 326 uomini) che al momento dell'ingresso nello studio avevano già ricevuto una diagnosi di tumore.
Le informazioni dettagliate sulla dieta sono state raccolte attraverso il questionario di frequenza alimentare dello studio Epic (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition). Per identificare gli alimenti ultra-processati è stato utilizzato il sistema di classificazione Nova, che categorizza i cibi in quattro gruppi in base al livello e allo scopo della lavorazione industriale. Le analisi sono state corrette per numerosi fattori, tra cui variabili demografiche, abitudine al fumo, indice di massa corporea, attività fisica nel tempo libero, storia clinica, tipo di tumore e qualità complessiva della dieta, valutata mediante il punteggio di aderenza alla dieta mediterranea.
I partecipanti sono stati seguiti per quasi 15 anni, al termine dei quali è emerso che chi consumava in misura maggiore alimenti ultra-processati aveva un rischio relativo di mortalità per tutte le cause superiore del 48% e un rischio relativo di mortalità per cancro superiore del 59%, rispetto a chi limitava l'assunzione di questi alimenti nella dieta.
Per esplorare i potenziali meccanismi biologici coinvolti, i ricercatori del Neuromed hanno analizzato biomarcatori infiammatori, metabolici e cardiovascolari. Due fattori sono risultati particolarmente rilevanti: gli indici di infiammazione e la frequenza cardiaca a riposo.
"Questi risultati suggeriscono che l'aumento dell'infiammazione e della frequenza cardiaca a riposo possano spiegare in parte il legame tra un maggiore consumo di alimenti ultra-processati e l'aumento della mortalità", commenta Licia Iacoviello, responsabile dell'Unità di Epidemiologia e Prevenzione del Neuromed. "Ciò contribuisce a chiarire come la lavorazione industriale degli alimenti possa incidere negativamente sugli esiti di salute nei pazienti dopo una diagnosi di cancro".
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dallo studio riguarda l'indipendenza dell'effetto della trasformazione industriale dalla qualità nutrizionale complessiva della dieta. "L'associazione tra alimenti ultra-processati e mortalità persiste anche dopo aver tenuto conto della qualità complessiva della dieta, misurata nel nostro caso come aderenza alla dieta mediterranea tradizionale", sottolinea Marialaura Bonaccio, prima autrice dello studio. "Tale dato suggerisce come gli effetti negativi sulla salute non siano spiegati esclusivamente da un profilo nutrizionale sfavorevole, ma il livello e la natura della lavorazione industriale degli alimenti svolgano un ruolo indipendente".
"Il messaggio principale è che il consumo complessivo è molto più rilevante del singolo alimento", riassume Iacoviello. Un'indicazione pratica può venire dalla lettura delle etichette, "Concentrarsi sull'insieme della dieta, riducendo complessivamente gli alimenti ultra-processati e orientando i consumi verso cibi freschi rappresenta l'approccio più vantaggioso per la salute", conclude l'esperta.