L'inclusione di un cardiologo nel team operatorio delle procedure non cardiache può migliorare significativamente gli outcome dei pazienti ad alto rischio. È quanto emerge da uno studio pubblicato sull'European Heart Journal, che ha analizzato dati di oltre 1.000 pazienti che hanno sviluppato danno miocardico perioperatorio.
Recenti ricerche indicano che lo stress chirurgico può causare una condizione nota come infarto o danno miocardico perioperatorio (PMI). A differenza degli attacchi cardiaci tradizionali, che spesso provocano grave dolore toracico oppressivo, questi episodi sono frequentemente asintomatici o mascherati dai farmaci analgesici post-chirurgici, rendendoli facilmente irrelevati senza un monitoraggio ematico attivo.
La nuova ricerca prospettica multicentrica ha coinvolto 14.294 pazienti ad alto rischio sottoposti a chirurgia maggiore non cardiaca, focalizzandosi specificamente su 1.048 pazienti con diagnosi di PMI tramite sorveglianza attiva della troponina cardiaca (cTn).
Lo studio si è basato su situazioni reali nella pratica clinica con pazienti dove il danno cardiaco si verificava nel weekend o festivi, dove la probabilità di essere gestiti in tempi rapidi era minore, pazienti dove nel team chirurgico era già presente un cardiologo e pazienti dove la gestione era affidata esclusivamente ai chirurghi.
Questa variabilità ha permesso di confrontare due gruppi – 614 pazienti che hanno ricevuto valutazione cardiologica e 434 che non l'hanno ricevuta – aggiustando per variabili come età, patologia cardiovascolare preesistente e rischio chirurgico. L'endpoint primario misurato era l'occorrenza di MACE, definito come morte cardiovascolare, infarto miocardico, scompenso cardiaco acuto o aritmia grave dal terzo giorno post-operatorio fino a 365 giorni dopo l'intervento.
L'analisi ha rivelato che la consulenza e l'assistenza post-operatoria del cardiologo erano associate a un effetto protettivo nel follow-up annuale. Nello specifico, il coinvolgimento del cardiologo è risultato indipendentemente associato a un rischio inferiore del 46% di MACE a 365 giorni col rischio di morte per qualsiasi causa ridotto del 35%. I pazienti valutati dai cardiologi avevano maggiori probabilità di sottoporsi a imaging non invasivo, come ecocardiografia e test da sforzo, e venivano più frequentemente prescritte terapie per proteggere il cuore. La valutazione cardiologica non seguiva un protocollo unico ma rifletteva decisioni diagnostiche e terapeutiche individualizzate, suggerendo che la diagnostica mirata e l'ottimizzazione medica, piuttosto che l'intervento invasivo routinario, possano essere sufficienti per migliorare gli outcome.
I risultati evidenziano la necessità critica di collaborazione interdisciplinare per migliorare salute e outcome cardiovascolari post-intervento. Tuttavia, rimangono sfide logistiche da affrontare: aumento dei volumi globali di operazioni, carenza di personale e operazioni vicine a weekend o festivi mettono a rischio la possibilità pratica della valutazione specialistica.
I sistemi sanitari potrebbero quindi dover implementare percorsi di triage più robusti o espandere i servizi di telemedicina per garantire che ogni paziente, indipendentemente dal giorno della settimana, riceva un'appropriata expertise cardiologica.
Matteo Vian