Tra le persone inizialmente esitanti nei confronti del vaccino anti-Covid, il 65% ha poi ricevuto almeno una dose. È quanto emerge da uno studio condotto su oltre 1,1 milioni di adulti in Inghilterra e pubblicato su The Lancet, che analizza l’evoluzione dell’esitazione vaccinale tra gennaio 2021 e marzo 2022, con il follow-up delle vaccinazioni fino al 7 maggio 2024 attraverso i registri del National Health Service (NHS).
L’analisi, guidata da ricercatori dell’Imperial College London nell’ambito dello studio REACT (Real-time Assessment of Community Transmission), ha confrontato gli atteggiamenti verso la vaccinazione rilevati al momento dell’arruolamento con i dati reali di somministrazione, per identificare tipologie e determinanti dell’esitazione.
Nel complesso, il 3,3% dei partecipanti (37.982 su 1,1 milioni) ha riportato un certo grado di esitazione vaccinale. I livelli di esitazione sono diminuiti nel tempo, passando da un picco dell’8% nel gennaio 2021 a un minimo dell’1,1% all’inizio del 2022, con un lieve aumento oltre il 2,2% nei mesi di febbraio e marzo 2022, in coincidenza con l’ondata Omicron.
Tra gli esitanti per i quali erano disponibili dati di collegamento con i registri sanitari, circa il 65% ha successivamente effettuato almeno una vaccinazione. Le esitazioni più frequentemente riportate riguardavano i possibili effetti sulla salute a lungo termine (41%), l’attesa di maggiori evidenze sull’efficacia (39%) e le preoccupazioni sugli effetti collaterali (37%).
I ricercatori hanno identificato otto categorie di esitazione, tra cui timori legati a sicurezza ed efficacia, percezione di basso rischio personale, sfiducia nei produttori e paura dei vaccini. Le motivazioni variavano in base ai gruppi demografici: gli uomini risultavano più propensi a ritenere il Covid un rischio personale basso rispetto alle donne (18% vs 10%), mentre le donne riportavano più frequentemente timori legati alla fertilità (21% vs 8%). Le persone di età pari o superiore a 74 anni mostravano una maggiore opposizione generale ai vaccini rispetto ai giovani tra 18 e 24 anni (12% vs 2,5%).
L’analisi dei comportamenti successivi ha evidenziato una probabilità più elevata di rimanere non vaccinati tra persone anziane, donne, soggetti di etnia nera, persone disoccupate o residenti in aree socialmente deprivate, individui con una precedente infezione da Covid-19 e con livelli di istruzione più bassi.
Le esitazioni legate a efficacia e sicurezza risultavano più facilmente superabili nel tempo, mentre quelle associate a sfiducia, bassa percezione del rischio personale e atteggiamenti anti-vaccinali erano da due a tre volte meno associate alla successiva vaccinazione.
Gli autori segnalano alcuni limiti dello studio, tra cui possibili incongruenze tra dati auto-riportati e registri NHS e una minore disponibilità al collegamento dei dati da parte dei soggetti esitanti, con potenziale rischio di bias di selezione. In un commento collegato, Silvio Tafuri, dell’Università di Bari Aldo Moro, sottolinea la necessità di verificare se dinamiche simili di esitazione siano presenti anche nelle vaccinazioni routinarie.