Un articolo pubblicato su Annals of the Rheumatic Diseases apre la strada a una potenziale svolta nella prevenzione del blocco cardiaco congenito (CHB), una complicanza rara ma potenzialmente letale che colpisce i neonati di madri affette da malattie autoimmuni come il lupus eritematoso sistemico.
La condizione, nota anche come “lupus neonatale cardiaco”, è causata dalla presenza nel sangue materno di autoanticorpi anti-SSA/Ro, capaci di attraversare la placenta e interferire con il sistema di conduzione elettrica del cuore fetale, determinando una bradicardia progressiva. Nella maggior parte dei casi, i neonati sopravvissuti sviluppano la necessità di un pacemaker permanente.
La casistica europea documenta che il blocco cardiaco congenito immune-mediato rimane una condizione rara ma di rilevante impatto clinico: nelle gravidanze esposte ad autoanticorpi anti-Ro/SSA la frequenza di CHB è comunemente stimata intorno al 1–2% dei feti esposti, con il primo registro italiano sull’argomento ha riportato 85 donne con 88 gravidanze e 89 casi osservati nel periodo 1969–2017, confermando che la malattia è clinicamente significativa nonostante la bassa incidenza.
Il team di ricerca ha documentato per la prima volta l’utilizzo di rozanolixizumab, un inibitore del recettore neonatale Fc (FcRn), per impedire il passaggio transplacentare di tali autoanticorpi. La somministrazione, effettuata per via sottocutanea ogni settimana tra la 14ª e la 28ª settimana di gestazione – il periodo di maggiore vulnerabilità del cuore fetale – ha mostrato risultati notevolmente positivi.
Durante il trattamento, i livelli di autoanticorpi materni si sono ridotti di oltre il 50%, e il farmaco ha bloccato efficacemente il trasferimento anticorpale attraverso la placenta. La madre, che aveva già vissuto due gravidanze complicate da CHB (una conclusasi con morte fetale e una con necessità di pacemaker neonatale), ha portato a termine la gravidanza alla 37ª settimana. La bambina è nata sana, con peso di 2,9 kg e senza alcuna anomalia cardiaca. Nessun effetto collaterale grave è stato osservato nella madre.
“Il nostro lavoro fornisce una prova di concetto: nessun autoanticorpo significa nessun blocco cardiaco congenito”, ha dichiarato Jill Buyon, professoressa di Reumatologia e direttrice del Lupus Center presso la NYU Grossman School of Medicine, che ha coordinato la ricerca.
I risultati hanno spinto il National Institutes of Health (NIH) a sostenere un nuovo studio multicentrico, denominato AVERT (Atrioventricular Block Elimination with Rozanolixizumab Therapy), volto a confermare efficacia e sicurezza del trattamento. Lo studio arruolerà donne in gravidanza con precedente storia di figli affetti da CHB per valutare se rozanolixizumab possa realmente prevenire la comparsa della malattia.
Attualmente, rozanolixizumab è approvato dalla FDA per il trattamento della miastenia grave, ma questa nuova applicazione potrebbe estendere il suo impiego a un’area finora priva di opzioni preventive efficaci. Se confermati, i risultati potrebbero cambiare la pratica clinica nella gestione delle gravidanze a rischio autoimmune, offrendo una prospettiva di prevenzione concreta per una condizione finora considerata inevitabile.