L’uso degli inibitori di pompa protonica risulta associato a un aumento significativo del rischio di ipertensione nelle donne in menopausa, con un incremento proporzionale alla durata del trattamento. Una variazione rilevante della pressione arteriosa sistolica conferma l’impatto clinico di questa associazione.
Pubblicato sul “Journal of the American Heart Association”, lo studio osservazionale è stato condotto sotto la guida di Ahmed I. Soliman della University at Buffalo – SUNY (State University of New York), nell’ambito del Women’s Health Initiative (WHI).
L’analisi ha incluso 64.720 donne in menopausa, selezionate in quanto popolazione particolarmente esposta a modificazioni cardiovascolari legate a fattori ormonali e metabolici, ma prive di patologie cardiovascolari né diagnosi di ipertensione al momento dell’arruolamento, avvenuto tra il 1993 e il 1998. La raccolta dei dati relativi ai farmaci assunti all’inizio dello studio ha permesso di identificare le utilizzatrici di inibitori di pompa protonica e di quantificarne la durata del trattamento. L’insorgenza di ipertensione, definita come diagnosi o trattamento medico specifico, è stata rilevata annualmente tramite questionari auto-compilati. I ricercatori hanno applicato modelli di regressione di Cox per stimare l’incidenza di ipertensione in relazione all’uso basale e alla durata del trattamento con questi farmaci.
Nel corso di un follow-up medio di 8,7 anni sono stati documentati 28.951 nuovi casi di ipertensione. Dopo adeguato aggiustamento per fattori confondenti, l’uso degli inibitori di pompa protonica è risultato associato a un aumento del 17% del rischio rispetto alle non utilizzatrici (HR 1,17; IC 95%: 1,08–1,27). Una relazione dose-dipendente ha confermato la tendenza: il rischio aumentava del 13% per un utilizzo inferiore all’anno (HR 1,13), del 17% per una durata compresa tra 1 e 3 anni (HR 1,17) e del 28% oltre i 3 anni (HR 1,28), con un andamento statisticamente significativo (P per trend <0,001). L’analisi delle variazioni nella pressione arteriosa ha inoltre evidenziato un incremento medio di 3,39 mm Hg della sistolica nei soggetti che avevano iniziato a usare questi farmaci durante il periodo di osservazione, rispetto a chi non li aveva mai assunti (P = 0,049).
Secondo gli autori, la soppressione dell’acido gastrico indotta dagli inibitori di pompa protonica potrebbe interferire con una via fisiologica chiave nella regolazione vascolare. L’ambiente acido dello stomaco è infatti necessario per la riduzione del nitrito orale in ossido nitrico, una molecola essenziale per l’omeostasi pressoria grazie alla sua azione vasodilatatrice endotelio-dipendente. L’inibizione cronica di questo meccanismo potrebbe quindi contribuire all’aumento dei valori pressori nel tempo. Alla luce di questi risultati, «ulteriori indagini sono necessarie per confermare l’associazione osservata», sottolineano i ricercatori, che raccomandano una valutazione attenta del rapporto rischio/beneficio nei casi di trattamento cronico con questi farmaci.
Arturo Zenorini
J Am Heart Assoc. 2025;14:e040009. doi: 10.1161/JAHA.124.040009.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/40576032/