L’utilizzo delle terapie farmacologiche raccomandate nello scompenso cardiaco risulta in aumento nella pratica clinica italiana. È quanto emerge dai nuovi dati dello studio osservazionale BRING-UP 3 HF, presentati durante il 57° Congresso Nazionale di Cardiologia dell’ANMCO in corso a Rimini.
Lo studio ha arruolato circa 10mila pazienti nelle due fasi previste, coinvolgendo oltre 180 cardiologie italiane. La ricerca ha incluso sia pazienti ambulatoriali sia pazienti ospedalizzati con scompenso cardiaco.
Secondo quanto illustrato da Fabrizio Oliva, past president ANMCO, direttore del Dipartimento di Cardiologia Clinica dell’Ospedale Niguarda di Milano e principal investigator dello studio, nei pazienti con scompenso cardiaco a funzione sistolica ridotta i beta-bloccanti sono stati utilizzati in oltre il 94% dei casi, gli ARNI nel 70%, gli antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi nell’80% e gli inibitori SGLT2 nell’84%.
La quadruplice terapia risultava prescritta in oltre il 65% dei pazienti. “Sono dati importanti che collocano la cardiologia ospedaliera ai vertici del panorama internazionale nell’ottimizzazione dei trattamenti per lo scompenso cardiaco”, ha dichiarato Oliva.
Secondo i ricercatori, la patologia continua comunque ad avere un impatto rilevante in termini di mortalità e ospedalizzazioni. Per questo, oltre all’appropriatezza terapeutica, viene richiamata la necessità di rafforzare gli aspetti gestionali e organizzativi del follow-up, migliorando la continuità assistenziale e l’integrazione tra ospedale e territorio.
“Lo scompenso cardiaco rappresenta un importante problema di salute pubblica su scala globale”, ha affermato Massimo Grimaldi, presidente ANMCO e direttore della Cardiologia dell’Ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti. Secondo quanto riportato nel comunicato, la patologia interessa circa 800mila persone in Italia ed è la principale causa di ospedalizzazione nei soggetti oltre i 65 anni.