Al Congresso annuale della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO) 2025, tenutosi a Chicago, sono stati presentati i risultati di due studi di Fase 3 che rappresentano un avanzamento nella gestione del carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso (ES-SCLC) e recidivante.
Lo studio IMforte, pubblicato su “The Lancet”, e lo studio DeLLphi-304, pubblicato sul “New England Journal of Medicine”, evidenziano miglioramenti significativi nella sopravvivenza grazie a nuove strategie basate sull’immunoterapia.
Tra le novità più rilevanti, il trattamento di mantenimento di prima linea con lurbinectedin (farmaco citotossico diretto selettivamente alle cellule tumorali) e atezolizumab (anticorpo monoclonale anti-PD-L1 per il blocco dell’inibizione immunitaria) ha dimostrato un beneficio clinico importante nei pazienti affetti da carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso (ES-SCLC), dopo terapia di induzione con carboplatino, etoposide e atezolizumab. La riduzione del rischio di progressione della malattia o di morte è stata del 46%, con una sopravvivenza globale mediana di 13,2 mesi rispetto ai 10,6 mesi di atezolizumab in monoterapia. La sopravvivenza libera da progressione ha registrato un incremento significativo, passando da 2,1 mesi con atezolizumab a 5,4 mesi con l'aggiunta di lurbinectedin (HR = 0,54; IC 95%: 0,43–0,67; p < 0,0001).
Secondo Filippo de Marinis, Presidente dell'Associazione Italiana di Oncologia Toracica (AIOT) e Direttore della Divisione di Oncologia Toracica dell'IRCCS Istituto Europeo di Oncologia (IEO), questi risultati indicano una possibile evoluzione nella pratica clinica. «Il carcinoma polmonare a piccole cellule è una patologia complessa, con una prognosi severa e opzioni terapeutiche limitate. I dati dello studio IMforte sono promettenti e suggeriscono una nuova strategia terapeutica che potrebbe modificare il trattamento di questa popolazione di pazienti».
Parallelamente, lo studio DeLLphi-304 ha valutato l’efficacia di tarlatamab, un anticorpo bispecifico che si lega alla proteina DLL3 sulle cellule tumorali e alla CD3 sui linfociti T, attivando una risposta immunitaria mirata nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule recidivante. I dati mostrano una riduzione del 40% del rischio di morte rispetto alla chemioterapia standard, con una sopravvivenza globale mediana di 13,6 mesi rispetto agli 8,3 mesi della terapia convenzionale (HR: 0,6; IC 95%: 0,47-0,77).
L’innovativo meccanismo di azione di tarlatamab ha determinato risultati incoraggianti, con un miglioramento significativo anche nei pazienti con malattia ricorrente o progressiva. «Questi dati segnano una svolta nel trattamento del carcinoma polmonare a piccole cellule» ha commentato Charles Rudin, vicedirettore del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York. «Oltre a migliorare la sopravvivenza, il nostro studio fornisce indicazioni su come gestire le tossicità delle terapie bispecifiche».
L’approvazione accelerata concessa dalla FDA nel 2024 ha confermato l’innovatività della terapia. Federico Cappuzzo, Direttore di Oncologia Medica 2 all’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Regina Elena di Roma, ha evidenziato il valore di questi dati: «Un risultato così rilevante nella sopravvivenza non si era mai visto per il SCLC. Per la prima volta, abbiamo pazienti ‘lungosopravviventi’, anche oltre i tre anni dal trattamento».
Lo studio, che ha arruolato 509 pazienti, ha confermato il profilo di sicurezza della terapia, con eventi avversi di grado ≥3 nel 27% dei pazienti trattati con tarlatamab contro il 62% della chemioterapia. La sindrome da rilascio di citochine è stata lieve nella maggior parte dei casi. «Un effetto gestibile di fronte a un beneficio così importante» ha aggiunto Cappuzzo.
I risultati di questi studi consolidano il ruolo dell’immunoterapia nel trattamento del carcinoma polmonare a piccole cellule, sia in prima linea con lurbinectedin e atezolizumab, sia nelle forme recidivanti con tarlatamab. Le richieste di autorizzazione presso le autorità regolatorie europee e internazionali potrebbero favorire l’introduzione di queste strategie terapeutiche nella pratica clinica, con l’obiettivo di migliorare significativamente l’esito dei pazienti con un importante bisogno medico insoddisfatto.