La combinazione di tarlatamab e durvalumab ha ridotto del 58% il rischio relativo di morte rispetto al solo durvalumab nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso, senza progressione dopo il trattamento iniziale con chemioterapia e immunoterapia. È il risultato dell'analisi intermedia dello studio di fase III DeLLphi-305, presentata al Simposio presidenziale del congresso 2026 della European Society for Medical Oncology (ESMO), a Madrid, e pubblicata contemporaneamente sul New England Journal of Medicine.
Lo studio ha coinvolto 563 pazienti che avevano completato il trattamento iniziale con durvalumab, chemioterapia a base di platino ed etoposide senza progressione della malattia. I partecipanti sono stati randomizzati a ricevere tarlatamab associato a durvalumab oppure il solo durvalumab come terapia di mantenimento.
Con un follow-up mediano di circa 16 mesi, la sopravvivenza globale mediana, endpoint primario dello studio, è risultata di 21,1 mesi con la combinazione rispetto a 12,7 mesi nel gruppo di controllo, con un vantaggio di 8,4 mesi (HR 0,42; IC 95%: 0,32-0,54; p<0,001). A un anno dall'inizio del mantenimento, era vivo circa l'80% dei pazienti trattati con tarlatamab e durvalumab, rispetto al 53% di quelli trattati con il solo durvalumab.
La combinazione ha migliorato anche la sopravvivenza libera da progressione, riducendo del 66% il rischio relativo di progressione o morte. La mediana è stata di 7,4 mesi rispetto a 1,9 mesi (HR 0,34; IC 95%: 0,28-0,42; p<0,001). Il tasso di risposta obiettiva è risultato del 26,4% con la combinazione e del 4,1% con durvalumab. I benefici di sopravvivenza sono stati osservati anche nei sottogruppi prespecificati, compresi i pazienti con metastasi cerebrali o epatiche.
«I risultati dello studio DeLLphi305 sono veramente importanti perchè mostrano come la combinazione di tarlatamab e durvalumab offerta come mantenimento ai pazienti non in progressione dopo chemio-immuntoterapia di induzione sia in grado di prolungare la sopravvivenza a 21.1 mesi, con un vantaggio mediano di oltre 8 mesi», ha dichiarato Marcello Tiseo, direttore dell'Unità operativa complessa di Oncologia medica dell'Azienda ospedaliero-universitaria di Parma e professore ordinario di Oncologia medica all'Università di Parma.
Sul piano della sicurezza, gli eventi avversi correlati al trattamento di grado 3 o superiore sono stati registrati nel 20,9% dei pazienti trattati con tarlatamab e durvalumab, rispetto al 10,8% di quelli trattati con il solo durvalumab. La sindrome da rilascio di citochine è stata osservata nel 49,6% dei pazienti trattati con tarlatamab, prevalentemente di grado 1 o 2. È stato segnalato un evento di grado 3 e nessuno di grado 4 o superiore. La sindrome di neurotossicità associata alle cellule effettrici immunitarie è stata riportata nell'1,1% dei pazienti, senza eventi di grado 3 o superiore.
Tarlatamab è un'immunoterapia bispecifica diretta contro DLL3, una proteina espressa dalle cellule del carcinoma polmonare a piccole cellule, e CD3, presente sui linfociti T. La sua associazione con durvalumab è stata valutata nel mantenimento dopo il trattamento iniziale, non come terapia somministrata a tutti i pazienti alla diagnosi.
I risultati di DeLLphi-305 si aggiungono ai dati presentati all'ESMO dagli studi DeLLphi-303 e DeLLphi-304, che hanno valutato tarlatamab rispettivamente nel mantenimento di prima linea e nei pazienti già trattati. Amgen, promotrice dello studio DeLLphi-305 con il contributo di AstraZeneca, ha comunicato l'intenzione di condividere i nuovi risultati con le autorità regolatorie. Il comunicato non indica un'autorizzazione per l'impiego della combinazione nel mantenimento di prima linea in Italia.