L'imaging intravascolare viene utilizzato nel 14% delle angioplastiche coronariche eseguite in Italia, nonostante le raccomandazioni europee ne prevedano l'impiego nei casi complessi. A segnalarlo è la Società Italiana di Cardiologia Interventistica (GISE), che dal 47° congresso nazionale, concluso a Milano, chiede al Ministero della Salute e alle Regioni l'introduzione di rimborsi ospedalieri dedicati alle tecnologie di imaging e al trattamento delle lesioni coronariche calcifiche.
Secondo i dati presentati dalla società scientifica, nell'ultimo anno sono state eseguite 18.205 procedure di ecografia intravascolare (IVUS), in aumento del 14,1%, e 4.387 procedure di tomografia a coerenza ottica (OCT), in crescita del 9,5%. Complessivamente, le due metodiche sono state utilizzate in 22.592 procedure su 160.400 angioplastiche coronariche.
Il tema assume particolare rilevanza nei pazienti con calcificazioni coronariche, presenti in circa il 20-30% di coloro che si sottopongono ad angioplastica.
«Le lesioni coronariche calcifiche interessano infatti circa il 20-30% dei pazienti che si sottopongono a un’angioplastica coronarica (PCI), con forme moderate o severe che vengono riscontrate in circa un terzo dei casi di coronaropatia significativa», ha dichiarato Alfredo Marchese, direttore dell'Unità di Cardiologia Interventistica dell'Ospedale Santa Maria di Bari e presidente GISE.
Secondo Marchese, l'aumento dell'età dei pazienti trattati e la maggiore frequenza di diabete e malattia coronarica multivasale rendono più complessi gli interventi. Le calcificazioni possono ostacolare la dilatazione del vaso e impedire un'espansione adeguata dello stent.
Per affrontare queste lesioni sono disponibili diverse tecniche di modificazione della placca, tra cui la litotrissia intravascolare con onde d'urto acustiche, l'aterectomia rotazionale e orbitale e i dispositivi laser. L'IVUS e l'OCT consentono di caratterizzare la lesione, guidare la scelta del trattamento e verificare il risultato dell'impianto dello stent.
Le linee guida della Società Europea di Cardiologia (ESC) del 2024 attribuiscono all'imaging intravascolare una raccomandazione di classe I nelle procedure complesse. Il comunicato GISE richiama inoltre uno studio internazionale pubblicato su The Lancet, secondo cui l'angioplastica guidata dall'imaging si associa a una riduzione relativa di circa il 29% del rischio degli eventi considerati nello studio rispetto alla guida con la sola angiografia.
Per favorire l'applicazione delle evidenze cliniche, GISE, insieme all'Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO) e alla Società Italiana di Cardiologia (SIC), ha promosso un documento di consenso, pubblicato sul Giornale Italiano di Cardiologia, dedicato all'impiego dell'imaging intravascolare e della fisiologia coronarica.
Il principale ostacolo indicato dal GISE riguarda il sistema di remunerazione ospedaliera. Secondo la società scientifica, gli attuali rimborsi per l'angioplastica non riconoscono in modo specifico i costi aggiuntivi delle metodiche di imaging, delle valutazioni fisiologiche e dei dispositivi per il trattamento del calcio, che gravano quindi sui bilanci delle strutture.
«GISE chiede con forza al Ministero della Salute e alle Regioni che nell'imminente riordino tariffario vengano introdotte rimborsabilità dedicate per l'angioplastica di precisione e per la modifica di placca calcifica, azzerando i divari territoriali e garantendo a tutti i pazienti italiani il diritto alle migliori cure disponibili», ha concluso Marchese.
La richiesta si inserisce nel confronto sull'aggiornamento delle tariffe sanitarie, per il quale il comunicato GISE richiama risorse pari a un miliardo di euro nel 2026 e a 1,35 miliardi dal 2027.