L’uso cronico di steroidi androgeni anabolizzanti (AAS) si associa ad un ispessimento della parete cardiaca, alterazioni della funzione sistolica e diastolica, e in quasi un caso su cinque una compromissione cardiaca grave. Ma la sospensione completa può invertire, almeno in parte, il danno. È quanto emerge da uno studio pubblicato su European Heart Journal Cardiovascular Imaging.
L’uso di AAS a scopo non medico è un fenomeno in crescita ben oltre il mondo dell’agonismo. I dati internazionali stimano una prevalenza di utilizzo intorno al 3-4% nella popolazione maschile generale, con picchi significativi tra i frequentatori di palestre e gli atleti di forza. Nonostante la documentata cardiotossicità, la sospensione volontaria è rara: molti utilizzatori minimizzano il rischio o si affidano alla sola riduzione della dose, nella convinzione che basti a proteggere il cuore.
I ricercatori hanno seguito 70 utilizzatori di AAS e 35 controlli non utilizzatori arruolati tra il 2017 e il 2019 seguiti in un follow-up medio di circa 10 anni. Al momento del secondo rilevamento, 35 avevano continuato l’uso, 15 avevano sospeso, 14 erano rimasti astinenti dall’arruolamento e 6 avevano ripreso dopo un periodo di interruzione. La valutazione comprendeva ecocardiografia, prelievi ematici e urinari per il dosaggio ormonale, e raccolta di dati anamnestici su dosi, durata e tipologia degli AAS assunti.
I dati di chi ha continuato l’uso mostrano un quadro preoccupante: ispessimento della parete ventricolare sinistra mantenuto nel tempo, con rischio di grave riduzione della funzione sistolica e compromissione della diastolica. “Ben il 17% di coloro che continuavano a usare AAS presentava una funzione cardiaca gravemente ridotta”, sottolineano i ricercatori.
Tra i continuatori senza terapia antipertensiva, la LVEF si è deteriorata dell’8% rispetto al basale; chi invece assumeva farmaci antipertensivi ha mostrato un miglioramento dell’11% della LVEF, senza tuttavia normalizzare lo spessore parietale.
La sola riduzione della dose non ha prodotto benefici cardiaci misurabili, cosa invece che accadeva nei soggetti che hanno sospeso completamente l’uso. Chi ne ha interrotto l’uso mostra infatti una traiettoria favorevole: la massa indicizzata del ventricolo sinistro (LVMI) si è ridotta da 112 a 91 g/m² (-19%), avvicinandosi ai valori del gruppo di controllo, e la LVEF è migliorata da 48% a 54% (+6 punti percentuali), pur restando al di sotto del 60% registrato nei controlli, ma la direzione è inequivoca. “La sospensione è stata associata a meno ispessimento della parete e a una migliore funzione cardiaca, suggerendo che alcuni effetti possano essere reversibili”, osservano gli autori.
Per il medico che incontra questa tipologia di pazienti questi dati hanno una ricaduta pratica diretta: l’anamnesi sull’uso di AAS va esplicitamente inclusa nel work-up, la riduzione della dose non è un intervento sufficiente, e la sospensione completa associata al trattamento antipertensivo rappresenta l’unica strategia attualmente supportata dai dati per migliorare gli esiti cardiaci.
“I risultati sottolineano l’importanza della prevenzione e della riduzione del danno”, conclude la coautrice Astrid Bjørnebekk.