Il magnesio monitorato nei pazienti endocrino-metabolici a rischio, ma non supplementato in modo indiscriminato: una carenza non riconosciuta può rendere refrattarie ipocalcemia e ipokaliemia e peggiorare il controllo glicemico, mentre la correzione ha il razionale più solido solo nei pazienti con deficit documentato. È la conclusione di una revisione pubblicata su European Journal of Endocrinology, che richiama l'attenzione su un elettrolita ancora considerato quasi solo in presenza di aritmie o sintomi neuromuscolari.
Il magnesio è cofattore di numerose reazioni ATP-dipendenti e interviene nella secrezione ormonale, nella funzione recettoriale, nella trasduzione del segnale, nell'attività mitocondriale e nella regolazione di stress ossidativo e infiammazione. Tra i rapporti endocrini più consolidati c'è quello con il metabolismo calcio-fosforo configurando un ipoparatiroidismo funzionale con ipocalcemia. Partecipa inoltre all'attivazione e al signaling della vitamina D e alla funzione di osteoblasti e osteoclasti, anche se sul versante scheletrico la coerenza biologica non è ancora accompagnata da evidenze cliniche definitive.
La carenza è relativamente frequente negli anziani, nei diabetici, nei pazienti con malassorbimento o malattia renale e in chi assume inibitori di pompa protonica o diuretici, ma può restare non riconosciuta anche perché meno dell'1% del magnesio corporeo si trova nel compartimento extracellulare, mentre il 50-60% è nello scheletro e una quota rilevante nel muscolo: un valore normale non esclude quindi una carenza tissutale. Il dosaggio sierico resta comunque il test di primo livello che può portare a test per valutare se la causa è dovuta a una perdita renale o extrarenale.
Il magnesio è necessario per la secrezione insulinica e per l'autofosforilazione del recettore, e bassi livelli si associano a insulino-resistenza, diabete di tipo 2 e peggior controllo glicemico. La supplementazione può indurre un modesto miglioramento di glicemia e sensibilità insulinica, con risultati più favorevoli nei soggetti ipomagnesiemici o con valori ai limiti inferiori della norma. Per tiroide, riproduzione, gravidanza e asse ipotalamo-ipofisi-surrene i meccanismi descritti le indicazioni terapeutiche rimangono più sfumate e richiedono ancora studi mirati.
Sul piano pratico, un'ipocalcemia o un'ipokaliemia apparentemente refrattarie, soprattutto in terapia, dovrebbero indurre a verificare il magnesio prima di intensificare la correzione di calcio, vitamina D o potassio, e lo stesso vale in presenza di diarrea cronica, malassorbimento, abuso alcolico, diabete non controllato, trattamento protratto con metformina o corticosteroidi e negli anziani in politerapia. Il magnesio ionizzato e i test di ritenzione possono offrire informazioni aggiuntive in casi selezionati, ma non sono strumenti di routine per mancanza di standardizzazione. Accanto a PPI e diuretici, anche digossina, metformina, sulfaniluree e corticosteroidi possono favorire la deplezione, mentre gli integratori di magnesio possono ridurre l'assorbimento di levotiroxina e bisfosfonati orali: l'assunzione va quindi distanziata di almeno quattro ore dalla levotiroxina e di almeno due ore dal bisfosfonato.
Sul fronte della sicurezza, la diarrea è l'evento avverso più comune, mentre il rischio di ipermagnesiemia aumenta quando l'escrezione renale è compromessa. Quanto alla formulazione, citrato e glicinato sono in genere meglio assorbiti e meno gravati da effetti gastrointestinali dell'ossido, pur senza confronti clinici definitivi.
La revisione distingue quindi con cura i meccanismi biologici dalla qualità delle evidenze cliniche: la supplementazione ha il razionale più solido nei pazienti con deficit documentato, sintomi compatibili o rischio elevato di perdite persistenti, mentre negli altri scenari è un intervento aggiuntivo e individualizzato, non un'alternativa alle terapie validate. Le priorità di ricerca future dovranno valutare biomarcatori e studi fenotipici per aumentare le indicazioni di integrazione personalizzata e capire se la correzione del deficit migliori esiti clinici rilevanti e non solo il dato biochimico.