Il trattamento con radioiodio per l'ipertiroidismo non sembra aumentare il rischio complessivo di sviluppo e mortalità oncologiche. Lo indicano i risultati di uno studio, pubblicato sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, che segnala però un aumento del rischio di carcinoma mammario e un apparente aumento della mortalità per carcinoma pancreatico, due segnali che gli autori ritengono meritevoli di monitoraggio a lungo termine e che vanno interpretati con prudenza.
Lo iodio-131 è usato per l'ipertiroidismo dagli anni Quaranta e, dopo la captazione selettiva da parte delle cellule che esprimono il NIS, emette particelle beta responsabili del danno citotossico. Il NIS è espresso anche in ghiandole salivari, stomaco e ghiandola mammaria, e lo iodio viene eliminato per via renale: il transito in questi tessuti li espone potenzialmente a radiazioni. Le attività somministrate per l'ipertiroidismo, 5-20 mCi, sono di un ordine di grandezza inferiori a quelle usate per il carcinoma tiroideo, 30-200 mCi e oltre, ma i timori sulla sicurezza a lungo termine persistono dopo che l'estensione del 2019 del Cooperative Thyrotoxicosis Therapy Follow-up Study aveva riportato un lieve eccesso di mortalità oncologica, soprattutto mammaria, correlato alla dose assorbita dallo stomaco. Quei risultati sono stati ampiamente criticati per limiti metodologici, e studi successivi, inclusa una rigorosa metanalisi, non hanno dimostrato effetti su incidenza e mortalità per neoplasie tranne che per il tumore tiroideo; gli incrementi sito-specifici sembrano attribuibili al contesto biologico della patologia tiroidea di base e a bias di sorveglianza più che alle radiazioni.
Lo studio ha incluso 6.435 adulti, il 78% donne e il 51,9% in post-menopausa, trattati per ipertiroidismo tra il 2006 e il 2019 e seguiti per almeno due anni dopo il trattamento, con un follow-up medio di 8,2 anni. Di questi, 2.109 avevano ricevuto radioiodio, in 1.058 casi dopo altre terapie, mentre 4.326 non l'avevano mai ricevuto, essendo stati trattati con tireostatici o tiroidectomia. Gli esiti, valutati come hazard ratio aggiustati per età, covariate cliniche e demografiche e periodo di trattamento, comprendevano 487 diagnosi di cancro e 157 decessi per cancro.
Rispetto ai pazienti mai trattati con radioiodio, quelli che lo avevano ricevuto non hanno mostrato un aumento dell'incidenza globale di cancro (HR 1,02) né della mortalità oncologica complessiva (HR 0,81).
Nelle donne, invece, il rischio di carcinoma mammario è risultato aumentato (HR 2,24), in particolare in post-menopausa (HR 2,65), senza aumento significativo in pre-menopausa. Per il carcinoma pancreatico gli autori riportano un aumento della mortalità nei pazienti seguiti per almeno due anni (HR 4,05), concludendo che il radioiodio è associato a un maggior rischio di incidenza di carcinoma mammario e a un apparente aumento della mortalità pancreatica, e suggerendo un monitoraggio a lungo termine dei pazienti trattati. L'aumento del tumore mammario non può essere però considerato certo, perché mancano i fattori di rischio riproduttivi e i dati necessari per valutare un'eventuale relazione dose-risposta; il dato sulla mortalità pancreatica invece si basa su appena sei eventi nel braccio trattato e tre nei controlli. In generale, i rischi sito-specifici basati su numeri piccoli o senza pieno controllo dei confondenti vanno interpretati con cautela, in attesa di studi che includano dosimetria e fattori di rischio individuali.
Per il clinico, questi dati confermano che il radioiodio resta un’opzione sicura ed efficace per il trattamento dell’ipertiroidismo, senza motivo di modificarne le indicazioni. I segnali sul tumore mammario e pancreatico suggeriscono però di non trascurare, nel follow-up a lungo termine, gli screening oncologici raccomandati, in particolare quello mammografico in post-menopausa.