Sia le diete a basso contenuto di grassi che a basso contenuto di carboidrati riducono il rischio di coronaropatia, anche nei pazienti dismetabolici, a patto che il resto della dieta sia di buona qualità. Lo mostrano i risultati di un ampio studio prospettico pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology, che affronta il tema su quale delle due strategie sia più protettiva per il cuore.
Lo studio ha arruolato 198.473 persone, seguite per oltre trent'anni con questionari somministrati ogni due-quattro anni su dieta, stile di vita, uso di farmaci e diagnosi cardiovascolari, accertate tramite dati autoriferiti, cartelle cliniche, notifiche dei familiari e registri nazionali dei decessi. Gli autori hanno classificato le diete in non sane, caratterizzate da proteine e grassi animali, patate, cereali raffinati e zuccheri aggiunti, e sane, basate su proteine e grassi vegetali, verdure non amidacee, frutta intera, legumi e cereali integrali, incrociando questa distinzione con i modelli a basso contenuto di carboidrati e di grassi.
Nei 5.248.916 anni-persona di osservazione si sono verificati 20.033 episodi di coronaropatia. Considerando i punteggi più alti rispetto ai più bassi, il modello complessivo a basso contenuto di carboidrati mostrava un HR di 1,05 e quello a basso contenuto di grassi di 0,93; la distinzione per qualità cambiava il quadro in modo netto, con la dieta animale associata a un HR di 1,07 nel modello low-carb e 0,94 nel low-fat, e la dieta vegetale a 0,94 e 0,87. Nelle diete non sane il rischio risultava aumentato in entrambi i modelli (HR 1,14 e 1,12), mentre nelle diete sane risultava ridotto in entrambi (0,85 e 0,87), senza differenze rilevanti tra le due versioni.
La stessa lettura emerge dai biomarcatori: le versioni sane di entrambe le diete si associavano in modo simile a livelli più bassi di trigliceridi, colesterolo totale e proteina C reattiva ad alta sensibilità e a livelli più alti di colesterolo HDL, mentre le versioni non sane mostravano associazioni opposte. L'analisi metabolomica su plasma, condotta su 11.220 partecipanti, ha confermato che profili metabolici favorevoli erano legati agli indici di salubrità e non all'essere a basso contenuto di carboidrati o di grassi.
Gli autori ne ricavano che la prevenzione primaria dovrebbe puntare alla promozione di un modello alimentare complessivamente sano, anziché a rigide restrizioni sui macronutrienti, dato che gli alimenti considerati sani nello studio coincidono con quelli di altri modelli, come la dieta mediterranea, la DASH e l'indice di alimentazione sana a base vegetale.
Il messaggio che ne deriva per chi lavora con pazienti dismetabolici è di spostare l'attenzione dai nutrienti alla qualità del cibo, accompagnandolo con politiche attente a garantire educazione e accesso equo a un'alimentazione di qualità, in particolare per le popolazioni più fragili.