La violenza nei luoghi di lavoro sanitari non si manifesta soltanto con aggressioni verbali o episodi eclatanti. Per un operatore sanitario su sei assume la forma, più silenziosa ma persistente, della svalutazione sistematica del lavoro: delegittimazione, mancato riconoscimento e continua messa in discussione dell’attività professionale. È uno dei principali risultati della prima indagine italiana del progetto europeo BRAVE-WOW, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità e condotta su 2.149 operatori di 14 strutture sanitarie italiane, nell’ambito di una rilevazione che ha coinvolto complessivamente oltre 4.600 professionisti in Italia, Portogallo, Spagna e Slovenia. Il 68,1% degli operatori italiani riferisce che nel proprio ambiente di lavoro si verificano episodi di violenza verbale almeno occasionalmente, mentre il 65,7% segnala la presenza di violenza psicologica. Quando si considerano gli episodi ricorrenti, la forma più frequente è proprio la svalutazione sistematica del lavoro, indicata dal 16,3% dei partecipanti e dal 19,3% negli ospedali. Seguono urla e insulti, riferiti dal 15,1%, e gli abusi legati ai rapporti gerarchici, indicati dal 12,1%.
"Il messaggio più importante che emerge dall’indagine è che la violenza non coincide sempre con l’aggressione", spiega Anna Carannante, ricercatrice ISS e membro del team di progetto. Può manifestarsi, sottolinea, attraverso comportamenti quotidiani di delegittimazione che, proprio perché ripetuti nel tempo, "finiscono per essere percepiti come normali". A pesare maggiormente sul fenomeno non sono i turni notturni o le situazioni di emergenza, ma il sovraccarico di lavoro e il sovraffollamento, indicati dal 54,3% dei partecipanti come fattori associati agli episodi di violenza e molestia. Cambia inoltre la fonte della violenza a seconda della frequenza degli episodi. Quando si tratta di episodi occasionali, i familiari dei pazienti sono indicati dal 54,5% degli operatori, quota che negli ospedali sale al 59,1%. Nelle esperienze ricorrenti, invece, il superiore gerarchico è la figura più frequentemente associata: viene indicato dal 37,9% di chi riferisce di aver subito episodi di violenza o molestia, percentuale che negli ospedali raggiunge il 43,2%. Seguono familiari dei pazienti (25,2%), colleghi (24,4%) e pazienti (21,1%). Resta significativo il divario tra la possibilità di segnalare e la percezione di una risposta efficace. Il 52,7% dei partecipanti ritiene di poter parlare apertamente con la dirigenza di situazioni di disagio, ma solo il 39,2% considera efficace la risposta dell’organizzazione alle segnalazioni. Appena il 31,9% riconosce la presenza di misure di prevenzione visibili. Anche i servizi di supporto risultano poco diffusi. Solo il 20,8% segnala la disponibilità di supporto psicologico, il 18,7% di personale dedicato alla gestione degli episodi, il 18,3% di servizi di counselling e il 16,1% di supporto legale. Negli ospedali le percentuali sono ancora più basse.
L’indagine evidenzia anche una dimensione di genere. Il 56% degli operatori italiani che hanno subito episodi di violenza o molestia ritiene che quanto accaduto sia stato almeno in parte influenzato dal proprio genere. Tuttavia, soltanto il 7,3% riconosce una dimensione strutturalmente legata al genere nella propria organizzazione. Sul fronte delle opportunità professionali, il 21,3% riferisce di aver subito la negazione di una promozione o di un aumento rispetto a colleghi di altro genere, quota che negli ospedali arriva al 24,9%. Il confronto internazionale conferma alcuni elementi comuni. Nei quattro Paesi coinvolti, tra il 42% e il 45% degli operatori indica il proprio superiore gerarchico tra le persone coinvolte negli episodi di violenza o molestia. E in tutti i contesti emerge lo stesso divario tra la possibilità di segnalare e la fiducia nell’efficacia della risposta organizzativa. "Favorire la denuncia è indispensabile, ma non basta: chi segnala deve percepire che la propria esperienza viene ascoltata, presa in carico e affrontata con interventi credibili", sottolinea Marco Giustini, epidemiologo ISS e responsabile dei dati italiani. La prevenzione, osserva, deve quindi guardare anche alle forme di violenza quotidiana e alle dinamiche organizzative, oltre che alle aggressioni più visibili.