«Nessun medico, nessun operatore sanitario dovrebbe avere paura mentre si prende cura di una persona». Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), commenta così i dati diffusi dall’Istituto superiore di sanità nell’ambito del progetto europeo Brave-WoW, dedicato alla prevenzione della violenza e delle molestie di genere nei luoghi di lavoro sanitari.
Alla rilevazione italiana hanno partecipato 2.149 operatori di 14 strutture sanitarie. Il 68,1% riferisce che nel proprio ambiente di lavoro si verificano episodi di violenza verbale almeno occasionalmente. Per gli episodi occasionali, i familiari dei pazienti sono la fonte di aggressione più frequentemente indicata, con il 54,5% delle segnalazioni. Negli ospedali la quota sale al 59,1%.
«Insulti, minacce e aggressioni non possono essere considerati una componente abituale del lavoro di chi cura e non devono essere accettati con rassegnazione», afferma Anelli. «Comprendiamo il dolore e la preoccupazione di chi sta male e dei suoi familiari. Ma nessuna difficoltà, nessuna attesa può giustificare la violenza».
Il sovraccarico di lavoro e il sovraffollamento sono i fattori più frequentemente associati dagli intervistati agli episodi di violenza e molestia, indicati dal 54,3% dei partecipanti. Per il presidente FNOMCeO, questi dati richiedono interventi sull’organizzazione dei servizi, con personale adeguato, ambienti sicuri e misure di protezione proporzionate ai rischi.
Anelli richiama anche la necessità di investire su formazione, accoglienza e comunicazione con pazienti e familiari. «Dare informazioni chiare sui percorsi di cura e sui tempi di attesa contribuisce a rafforzare la fiducia. La sicurezza degli operatori e quella delle cure sono strettamente legate».
L’indagine segnala inoltre forme meno visibili di violenza psicologica nelle relazioni interne alle strutture, tra cui la svalutazione ripetuta del lavoro e delle competenze professionali. Un altro punto riguarda la risposta alle segnalazioni: solo il 39,2% dei partecipanti ritiene che la propria organizzazione intervenga efficacemente, mentre il 20,8% riferisce la disponibilità di supporto psicologico.
«Chi subisce violenza deve sapere che sarà ascoltato, protetto e sostenuto», conclude Anelli, indicando la necessità di risposte tempestive e di un’assistenza psicologica e legale adeguata. Secondo il presidente FNOMCeO, le conseguenze delle aggressioni possono incidere anche sulla decisione dei professionisti di continuare a lavorare nel Servizio sanitario nazionale.