Il latte umano alla dimissione ospedaliera nei neonati nati prima delle 32 settimane di gestazione è associato a un dimezzamento del rischio di ricovero per cause respiratorie rispetto ai bambini alimentati con formula. È quanto emerge da uno studio pubblicato sull'European Journal of Pediatrics dell'Hospital General Universitario Gregorio Marañón di Madrid.
Condotto in un centro di terzo livello tra il 2020 e il 2024 l’analisi ha incluso 338 neonati molto pretermine con età gestazionale mediana di 29,6 settimane e peso alla nascita di 1.170 grammi. Durante il ricovero, tutti i neonati hanno ricevuto esclusivamente latte umano, materno e/o donato pastorizzato, con introduzione della formula solo in vicinanza della dimissione o successivamente ad essa.
Sono stati confrontati due gruppi: uno alimentato con una quota significativa di latte umano (almeno il 50%) materno o donato e uno alimentato, dalla dimissione in poi, solo con formula. Il latte umano è associato a un dimezzamento del rischio di ricovero per tutte le cause respiratorie nei successivi 18 mesi di vita rispetto ai bambini dimessi con alimentazione esclusiva con formula: 15% contro 25%, con una riduzione statisticamente significativa, che si mantiene anche dopo aggiustamento per la displasia broncopolmonare (BPD).
Il rilievo principale dello studio è che la protezione conferita dal latte umano sulla morbilità respiratoria a lungo termine va al di là dell'effetto già noto sulla BPD, tra le complicanze neonatali più frequenti nei grandi pretermine e causata dalla combinazione tra immaturità polmonare e necessità di ventilazione meccanica. L'associazione risulta significativa anche dopo aggiustamento per questo fattore, suggerendo meccanismi biologici più ampi: le proprietà immunomodulanti del latte umano, i suoi effetti sul microbioma intestinale e sulla maturazione dell'epitelio respiratorio sono tra le ipotesi più accreditate, sebbene non ancora completamente caratterizzate sul piano molecolare.
I dati dello studio si inseriscono in un dibattito scientifico più ampio che propone il concetto di "prematurity-associated lung disease" (PLD) come framework unificante per le diverse conseguenze polmonari della nascita pretermine. Secondo questa prospettiva, non soltanto i grandi prematuri con BPD, ma anche i nati tra 28 e 36 settimane presentano un rischio aumentato di malattia polmonare cronica, con implicazioni per l'organizzazione del follow-up pneumologico in età pediatrica.
I dati non mostrano differenze significative tra i gruppi con latte materno e latte donato, un risultato coerente con altre pubblicazioni e con le linee guida internazionali che riconoscono al latte donato pastorizzato un valore protettivo equivalente in assenza di latte materno sufficiente.
I risultati rafforzano quindi le raccomandazioni già esistenti a favore del latte umano, materno e donato, come scelta prioritaria nei neonati molto pretermine, estendendo il beneficio atteso oltre i classici outcome neonatali. Questo elemento assume particolare rilevanza per il contesto delle TIN italiane, dove l'accesso alle banche del latte umano donato è ancora disomogeneo sul territorio.
Studi multicentrici con follow-up strutturato dovranno ora consolidare queste evidenze e definire con maggiore precisione le politiche di supporto alla nutrizione post-dimissione nei centri di terapia intensiva neonatale.