Evolocumab, anticorpo monoclonale anti-Pcsk9, riduce del 31% il rischio di primo evento cardiovascolare nei pazienti ad alto rischio con diabete. I dati emergono da un’analisi dello studio Vesalius-Cv presentata al 75° Congresso annuale dell’American College of Cardiology e pubblicata sul Journal of the American Medical Association.
L’analisi ha coinvolto 3.655 pazienti senza aterosclerosi significativa e con diabete, seguiti per 4,8 anni. L’aggiunta di evolocumab alla terapia ottimizzata per il controllo del colesterolo Ldl ha determinato una riduzione del rischio dell’endpoint composito di morte per malattia coronarica, infarto miocardico o ictus ischemico (3P-Mace) rispetto al placebo.
Tra gli endpoint secondari, sono state osservate riduzioni del rischio di infarto miocardico del 31%, di rivascolarizzazione indotta da ischemia del 34% e di ictus ischemico del 33%. È stata inoltre evidenziata una tendenza alla riduzione della mortalità, con una diminuzione del rischio relativo del 32% per la mortalità cardiovascolare, del 27% per la morte coronarica e del 24% per la mortalità per tutte le cause.
“I risultati con evolocumab segnano un cambio di paradigma nella gestione dei pazienti diabetici a rischio cardiovascolare alto o molto alto, senza precedenti eventi”, afferma Paolo Fiorina, docente di Endocrinologia all’Università degli Studi di Milano e direttore di Endocrinologia all’Asst Fatebenefratelli Sacco. “Nella pratica clinica diventa quindi importante identificare precocemente questi pazienti e adottare fin da subito strategie più intensive per la riduzione del C-Ldl, con l’obiettivo di ridurre il rischio di un primo evento”.
Lo studio Vesalius-Cv è uno studio clinico globale di fase 3, randomizzato e controllato con placebo, che ha valutato l’impatto della riduzione del colesterolo Ldl sugli eventi cardiovascolari maggiori in adulti ad alto rischio senza precedente infarto o ictus. I risultati principali, pubblicati nel novembre 2025 sul New England Journal of Medicine, avevano già mostrato una riduzione del rischio relativo del 25% per l’endpoint composito di morte coronarica, infarto o ictus ischemico e del 19% per l’endpoint esteso che include la rivascolarizzazione.
Allo studio hanno partecipato anche 12 centri italiani.