In Italia ogni anno si registrano oltre 13mila nuove diagnosi di tumore del pancreas e la diagnosi precoce resta la principale sfida clinica per migliorare la prognosi dei pazienti. Secondo le stime più aggiornate dei registri oncologici, nel 2024 sono state registrate 13.585 nuove diagnosi, con una distribuzione ormai quasi equivalente tra uomini e donne: 6.873 casi negli uomini e 6.712 nelle donne.
Il carcinoma pancreatico rappresenta oggi la quarta causa di morte per cancro nel nostro Paese, con circa 15.000 decessi l’anno, e una sopravvivenza tra le più basse in oncologia: solo una persona su dieci è viva a cinque anni dalla diagnosi.
“Il tumore del pancreas è tra le neoplasie più difficili da diagnosticare nelle fasi iniziali”, spiega Filippo Antonini, consigliere nazionale AIGO – Associazione Italiana Gastroenterologi ed Endoscopisti Digestivi Ospedalieri e direttore dell’Unità operativa di Gastroenterologia ed Endoscopia interventistica di Ascoli Piceno. “Il pancreas è un organo profondo e nelle prime fasi la malattia è spesso silente o presenta sintomi molto generici. Quando compaiono segnali più evidenti, come dolore addominale, perdita di peso o ittero, il tumore è frequentemente già in fase avanzata”.
La malattia colpisce prevalentemente dopo i 60 anni ed è associata a diversi fattori di rischio, tra cui fumo, obesità, diabete e familiarità, anche se in molti pazienti si sviluppa in assenza di fattori predisponenti evidenti.
“Negli ultimi anni stiamo osservando anche un altro fenomeno che merita attenzione”, aggiunge Antonini. “Nella pratica clinica vediamo sempre più pazienti con tumori del pancreas e spesso in età più precoce rispetto al passato”.
La diagnosi si basa generalmente su esami di imaging come TAC addome con mezzo di contrasto, risonanza magnetica ed ecoendoscopia, strumenti utilizzati per individuare eventuali lesioni pancreatiche e definirne l’estensione.
Dal punto di vista terapeutico, il trattamento può prevedere chirurgia, chemioterapia e radioterapia, spesso utilizzate in combinazione e adattate allo stadio della malattia e alle condizioni del paziente.
“La chirurgia rappresenta ancora oggi l’unica possibilità di cura potenzialmente definitiva”, sottolinea Antonini. “Il problema è che solo una minoranza di pazienti riceve la diagnosi quando il tumore è ancora operabile”.
Negli ultimi anni sono stati compiuti progressi anche nei trattamenti palliativi. “Oggi possiamo eseguire interventi endoscopici mini-invasivi dall’interno migliorando la qualità di vita dei pazienti e riducendo sintomi come ittero, prurito o occlusione gastrica”, spiega lo specialista.
Parallelamente la ricerca sta esplorando nuove strategie terapeutiche, tra cui terapie mirate e nuovi bersagli molecolari, con l’obiettivo di rendere il tumore più sensibile ai trattamenti. Tra i filoni di studio citati dagli specialisti anche ricerche sperimentali che valutano combinazioni di farmaci capaci di agire su diverse vie di crescita tumorale.
“A differenza di altri tumori non esiste ancora uno screening standardizzato per la popolazione generale”, conclude Antonini. “Oggi è possibile individuare le persone più a rischio attraverso familiarità e mutazioni genetiche e inserirle in programmi di sorveglianza mirata. La grande sfida della ricerca è identificare biomarcatori e tecnologie diagnostiche che permettano di intercettare la malattia nelle fasi iniziali”.