Uno studio pubblicato su Nature Medicine fornisce nuove evidenze sperimentali su un tema al centro del dibattito nutrizionale: anche quando due regimi alimentari sono costruiti per essere conformi alle raccomandazioni dietetiche ufficiali, il livello di processazione degli alimenti incide in modo indipendente sui risultati clinici.
Ancora oggi i clinici che si occupano di nutrizione si concentrano solo sul profilo macronutrizionale degli alimenti — apporto calorico, quota di grassi, carboidrati e proteine — lasciando in secondo piano il grado di trasformazione industriale. Eppure, le evidenze accumulate negli ultimi anni associano un elevato consumo di UPF a un maggior rischio di patologie non trasmissibili, indipendentemente dalla composizione nutrizionale. Restava tuttavia aperta una domanda di rilevanza clinica diretta: cosa accade quando si confrontano diete con diverso livello di processazione, ma entrambe allineate alle stesse raccomandazioni nutrizionali ufficiali?
Attraverso il trial UPDATE i ricercatori hanno cercato di rispondere a questa domanda. Si tratta di un trial controllato randomizzato in crossover 2×2, con alimentazione fornita ai partecipanti in condizioni di vita libera. Sono stati arruolati 55 adulti residenti in Inghilterra con BMI compreso tra 25 e 40 kg/m² e consumo abituale di UPF pari ad almeno il 50% dell'apporto energetico giornaliero. Ventotto soggetti hanno ricevuto prima la dieta MPF e poi quella UPF, mentre i restanti 27 hanno seguito l'ordine inverso. Entrambi i regimi erano costruiti per rispettare le indicazioni dell'UK Eatwell Guide (EWG) e venivano somministrati ad libitum per otto settimane ciascuno. L'endpoint primario era la variazione percentuale del peso corporeo (%WC) dal basale alla fine di ciascun periodo. I partecipanti erano in cieco rispetto all'outcome primario.
Sul fronte del peso, la dieta MPF ha determinato una riduzione significativamente maggiore rispetto alla UPF, con una differenza media di -0,96 kg nel peso corporeo e di -0,34 kg/m² nel BMI con una variazione percentuale superiore del 1,01% nel braccio MPF. Anche la massa grassa ha mostrato riduzioni più marcate con la dieta a basso processamento, con una differenza di -0,98 kg rispetto all'intervento UPF.
Sul profilo lipidico si osserva un quadro più articolato: la dieta MPF ha prodotto una riduzione significativamente maggiore dei trigliceridi (-0,25 mmol/l), mentre la dieta UPF ha mostrato valori inferiori di LDL-colesterolo, con una differenza di 0,25 mmol/l. Un dato, quest'ultimo, che gli autori invitano a interpretare con cautela data la natura esplorativa di queste misurazioni secondarie.
Particolarmente rilevante dal punto di vista clinico è il dato sul controllo del desiderio di cibo: i partecipanti seguiti con dieta MPF hanno registrato miglioramenti significativamente più marcati nei punteggi del Control of Eating Questionnaire (CoEQ), con un vantaggio di 11,68 punti rispetto al gruppo UPF, un elemento che potrebbe spiegare, almeno in parte, il maggiore calo ponderale osservato.
Il disegno del trial conferisce una buona applicabilità al contesto reale, ma saranno comunque necessari ulteriori studi su campioni più ampi per confermare i risultati e capire i meccanismi biologici alla base.
Gli autori concludono che questi dati possono offrire al medico un argomento in più per affiancare alla valutazione macronutrizionale anche una riflessione sul grado di trasformazione industriale degli alimenti consumati dai propri pazienti, affiancandole agli obiettivi già esistenti su macronutrienti e gruppi alimentari, nell'ottica di migliorare i risultati sulla gestione del peso.