Solo un paziente su tre con malattia di Crohn riceve indicazioni nutrizionali da un professionista, nonostante il 73% riconosca l’importanza dell’alimentazione nella gestione della patologia. È quanto emerge da un’indagine condotta da Silvio Danese e Ferdinando D’Amico, rispettivamente direttore e medico gastroenterologo dell’Unità di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano, nell’ambito della campagna “Più Crohnsapevoli – Per una nutrizione consapevole”, con il supporto di Nestlé Health Science.
Lo studio ha coinvolto 222 pazienti italiani e evidenzia un divario tra consapevolezza del ruolo terapeutico della nutrizione e accesso effettivo a un supporto specialistico. Oltre il 60% dei pazienti riferisce di rivolgersi privatamente a un nutrizionista, mentre solo l’11,7% conosce la Cded (Crohn’s disease exclusion diet), indicata come strategia nutrizionale supportata dalla letteratura scientifica.
L’indagine mostra inoltre che l’80% dei pazienti presenta una localizzazione ileale, sede in cui la nutrizione incide sull’assorbimento dei nutrienti, e che il 76% è in trattamento con terapie biologiche.
“Per i pazienti con malattia di Crohn – afferma Danese – è fondamentale poter accedere a dietisti dedicati e formati su questa patologia: è una delle richieste più frequenti che riceviamo in ambulatorio, perché i pazienti vogliono sapere concretamente cosa possono e cosa non possono mangiare. Oggi abbiamo evidenze sempre più solide che la dieta, anche in combinazione con le terapie biologiche, può contribuire a indurre e mantenere la remissione. Eppure, dalla nostra indagine emerge che solo un terzo dei pazienti viene inviato a uno specialista della nutrizione”.
Secondo D’Amico, “i risultati della nostra indagine mostrano chiaramente come, nonostante una crescente attenzione al ruolo della nutrizione, esista ancora un divario importante tra i bisogni dei pazienti e l’organizzazione dei percorsi di cura. La fatigue, ovvero la stanchezza persistente, emerge come uno dei sintomi più frequenti e invalidanti anche in remissione ed è spesso legata a carenze nutrizionali e a uno stato infiammatorio persistente”.
La ricerca evidenzia anche l’impatto sociale della malattia: il 71% dei pazienti dichiara di rinunciare a cene o momenti di convivialità, percentuale che aumenta durante le riacutizzazioni. Ansia, frustrazione e imbarazzo sono tra gli aspetti psicologici più frequentemente riportati.
Alla luce dei dati raccolti, gli autori sottolineano la necessità di una gestione più strutturata e multidisciplinare della malattia di Crohn, che integri terapia farmacologica, supporto nutrizionale e sostegno psicologico in un percorso continuativo.