Bere due-tre tazze al giorno di caffè con caffeina, o una-due di tè, è associato a un rischio inferiore di demenza e a migliori performance cognitive nel tempo. È quanto emerge da uno studio prospettico pubblicato su JAMA e condotto su 131.821 professionisti sanitari statunitensi, seguiti fino a 43 anni.
Nel corso di un follow-up mediano di 36,8 anni, i partecipanti nel quartile più alto di consumo di caffè hanno mostrato un rischio di demenza inferiore rispetto al quartile più basso (HR 0,82; IC 95% 0,76-0,89; P<0,001). I maggiori benefici sono risultati associati a un’assunzione di due-tre tazze di caffè con caffeina al giorno, pari a circa 300 mg di caffeina, o una-due tazze di tè. Non sono emersi vantaggi aggiuntivi con consumi superiori. Il caffè decaffeinato non è risultato associato a riduzione del rischio di demenza né a migliori esiti cognitivi.
Lo studio, guidato da Dong Wang, del Brigham and Women’s Hospital di Boston, ha incluso 86.606 donne del Nurses’ Health Study (1980-2023) e 45.215 uomini dell’Health Professionals Follow-Up Study (1986-2023), tutti senza diagnosi di cancro, Parkinson o demenza al basale. Nel periodo osservato, 11.033 partecipanti hanno ricevuto una diagnosi di demenza, identificata tramite certificati di morte e diagnosi mediche.
Oltre alla demenza, sono stati valutati il declino cognitivo soggettivo e le performance cognitive oggettive. I forti consumatori di caffè e tè hanno mostrato una minore prevalenza di declino cognitivo soggettivo (rapporto di prevalenza 0,85; IC 95% 0,78-0,93; P<0,001). Nelle donne del Nurses’ Health Study, i consumatori nel quartile più alto hanno ottenuto punteggi medi più elevati al Telephone Interview for Cognitive Status (TICS), sebbene l’effetto sia stato definito modesto. Non sono state osservate associazioni significative tra consumo di caffè e punteggi globali di cognizione.
Le associazioni non sono risultate significativamente diverse in base a indice di massa corporea, abitudine al fumo, genotipo APOE4 o punteggio poligenico di rischio per Alzheimer. Un’analisi con lag di quattro anni ha confermato la coerenza dei risultati.
Tra i limiti indicati dagli autori figurano il possibile confondimento residuo e la mancanza di dettagli su tipologia di tè o modalità di preparazione del caffè. Inoltre, la popolazione studiata, composta da professionisti sanitari di un solo sesso per coorte, può limitarne la generalizzabilità. Wang ha sottolineato che l’entità dell’effetto osservato è contenuta e che il consumo di caffè o tè rappresenta solo uno dei possibili fattori a protezione della funzione cognitiva con l’avanzare dell’età.