Ridurre l’assunzione di grassi saturi è associato a una riduzione della mortalità e degli eventi cardiovascolari solo nei soggetti ad alto rischio, mentre non offre benefici clinicamente rilevanti nei pazienti a rischio basso o intermedio. È quanto emerge da una meta-analisi di trial randomizzati pubblicata su Annals of Internal Medicine e riportata da MedPage Today.
L’analisi, condotta da Bradley Johnston, PhD, della Texas A&M University, ha incluso 17 studi randomizzati pubblicati tra il 1965 e il 2006, per un totale di oltre 66.000 partecipanti. Gli endpoint valutati comprendevano mortalità totale, mortalità cardiovascolare, infarto miocardico e ictus.
Nel complesso, la riduzione dei grassi saturi non ha mostrato effetti significativi su mortalità totale, mortalità cardiovascolare, infarto o ictus nella popolazione generale. Nei soggetti a basso rischio cardiovascolare, in particolare, non è emerso alcun beneficio clinicamente rilevante a cinque anni.
Al contrario, nei pazienti ad alto rischio cardiovascolare sono state osservate riduzioni assolute considerate rilevanti dagli autori, con un numero inferiore di decessi e di infarti per mille individui trattati, seppur con un livello di certezza definito basso o moderato. L’effetto più marcato è stato rilevato quando i grassi saturi venivano sostituiti con grassi polinsaturi, piuttosto che semplicemente ridotti.
L’analisi ha mostrato che la riduzione dei grassi saturi si associa a un rischio relativo di 0,96 per la mortalità totale, 0,93 per la mortalità cardiovascolare, 0,86 per l’infarto non fatale e 0,83 per l’ictus fatale e non fatale, con intervalli di confidenza ampi e senza significatività statistica nella popolazione complessiva.
In un editoriale di accompagnamento, Ramon Estruch, MD, PhD, e Rosa Lamuela-Raventós, PhD, dell’Università di Barcellona, sottolineano che i risultati sono coerenti con una visione emergente secondo cui i grassi saturi, considerati nel loro insieme, non sarebbero dannosi per la salute cardiometabolica nella popolazione generale, ma potrebbero esserlo nei soggetti ad alto rischio. Gli autori richiamano inoltre le differenze tra le diverse tipologie di grassi saturi e il possibile ruolo di alcune fonti alimentari nel modulare il profilo lipidico.
Gli autori della meta-analisi evidenziano diversi limiti, tra cui l’anzianità degli studi inclusi, spesso precedenti all’introduzione delle statine, e l’eterogeneità degli interventi dietetici. Secondo Johnston e colleghi, la forte enfasi storica sui livelli di colesterolo LDL come surrogato del rischio cardiovascolare potrebbe aver influenzato le raccomandazioni nutrizionali, non sempre supportate da evidenze sugli esiti clinici duri.