Nuovi dati rafforzano il possibile contributo degli alimenti ultraprocessati (UPF) nel rischio di adenomi del colon-retto diagnosticati prima dei 50 anni. È quanto emerge da uno studio, pubblicato su JAMA Oncology, che analizza una coorte di oltre 29.000 infermiere e rappresenta il primo lavoro prospettico focalizzato sui precursori delle neoplasie colorettali a esordio precoce, un fenomeno in aumento che richiede crescente attenzione.
Ricerche precedenti hanno mostrato che il consumo regolare di alimenti ultraprocessati è associato a un aumento del rischio di cancro del colon-retto. Per esempio, due studi del 2022 hanno mostrato che il consumo regolare di alimenti ultraprocessati era associato a un aumento del rischio di cancro del colon-retto, mortalità per tutte le cause e mortalità cardiovascolare. Uno degli studi ha mostrato che gli uomini nel quintile più alto di consumo avevano un rischio più alto del 29% di cancro del colon-retto rispetto agli uomini nel quintile più basso. Questo è stato il primo studio prospettico a esaminare il consumo di alimenti ultraprocessati e il rischio di precursori del cancro del colon-retto a insorgenza precoce.
L’analisi ha incluso partecipanti del Nurses’ Health Study II, una coorte prospettica statunitense in corso di infermiere professioniste istituita nel 1989. In 24 anni di follow-up (1991-2015), sono state valutate 97.558 infermiere, e 29.105 con valutazioni dietetiche documentate, almeno una endoscopia inferiore prima dei 50 anni, nessuna storia di cancro (eccetto tumori cutanei non melanomi) e nessun polipo del colon-retto o malattia infiammatoria intestinale. Nel corso dello studio sono stati documentati 1.189 casi di adenomi convenzionali a insorgenza precoce e 1.598 lesioni serrate.
L’associazione tra elevato consumo di UPF e rischio di adenomi convenzionali si è confermata robusta: le partecipanti nel quintile più alto di assunzione mostravano un incremento del rischio pari al 45% rispetto a quelle con consumo più basso, indipendentemente da molteplici variabili legate allo stile di vita e allo stato metabolico. L’effetto non è stato riscontrato sulle lesioni serrate, elemento che suggerisce un coinvolgimento dei percorsi tumorigenici classici più che di quelli alternativi associati al “serrated pathway”. La mancata eterogeneità per dimensioni, istologia e sede anatomica dei polipi sottolinea un possibile impatto complessivo degli UPF nella fase precoce della carcinogenesi convenzionale.
I risultati sono rimasti coerenti dopo ulteriore aggiustamento per indice di massa corporea, diabete di tipo 2, fattori dietetici (fibre, folati, calcio e vitamina D) e punteggio dell’Alternative Healthy Eating Index-2010.
Gli alimenti ultraprocessati rappresentavano, nella coorte analizzata, oltre un terzo dell’apporto calorico quotidiano e includevano soprattutto prodotti da forno industriali, cibi per la colazione e bevande zuccherate o artificialmente edulcorate. Proprio queste ultime hanno mostrato un’associazione indipendente con il rischio di adenomi precoci, un dato che merita riflessione nel counselling nutrizionale, soprattutto considerato l’aumento del consumo di soft drinks dietetici tra gli adulti giovani e le donne.
I risultati mettono quindi in evidenza un potenziale ruolo diretto degli UPF nella tumorigenesi precoce. Il tema non riguarda solo la qualità dei macronutrienti o l’eccesso calorico, ma l’insieme delle trasformazioni industriali, degli additivi, dell’alterazione della matrice alimentare e dei possibili effetti sul microbiota intestinale, sull’infiammazione cronica e sulla risposta insulinica. La complessità del profilo metabolico delle partecipanti con maggiore consumo di UPF — caratterizzato da BMI più elevato, prevalenza più alta di diabete di tipo 2, minore assunzione di fibre e micronutrienti essenziali — suggerisce molteplici percorsi attraverso cui tali prodotti potrebbero favorire la carcinogenesi, anche se gli autori osservano che l’associazione resta significativa dopo aggiustamenti approfonditi.
“Questo studio si aggiunge alle crescenti evidenze che un elevato consumo di alimenti ultraprocessati possa svolgere un ruolo nello sviluppo precoce del cancro del colon-retto,” ha dichiarato Caroline Um, dell’American Cancer Society.
L’identificazione di soggetti giovani con elevato consumo di UPF potrebbe rappresentare un obiettivo prioritario di prevenzione primaria, anche alla luce dell’aumentata incidenza del carcinoma colorettale sotto i 50 anni.
Nelle raccomandazioni, gli autori affermano che una dieta protettiva contro il cancro del colon-retto dovrebbe includere una riduzione degli alimenti ultraprocessati e cereali raffinati, l’inserimento nella dieta della più ampia varietà di frutta e verdura, cereali integrali, evitare alcolici, limitare bevande zuccherate ridurre la quantità di carne rossa, soprattutto lavorata.
Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche per confermare questi risultati e comprendere i meccanismi sottostanti, i dati attuali invitano a considerare il consumo di alimenti ultraprocessati non solo come indicatore di uno stile di vita meno salutare, ma come potenziale fattore di rischio diretto per la comparsa precoce di lesioni precancerose colorettali. Una maggiore integrazione tra ricerca epidemiologica, nutrizione clinica e prevenzione oncologica potrebbe contribuire a strategie più efficaci di riduzione del rischio nella popolazione giovane-adulta.
Matteo Vian