Un gruppo di ricercatori guidato dall'Albert Einstein College of Medicine ha identificato il meccanismo attraverso il quale il virus Andes riesce a entrare nelle cellule umane, individuando una possibile vulnerabilità da sfruttare per sviluppare nuovi trattamenti. I risultati dello studio, coordinato da Kartik Chandran, sono stati pubblicati sulla rivista Nature.
Il virus Andes appartiene alla famiglia degli hantavirus ed è stato associato, nell'aprile scorso, a un'epidemia a bordo di una nave da crociera che ha causato tre decessi. Tra gli oltre venti hantavirus noti per provocare malattie nell'uomo, è l'unico in grado di trasmettersi da persona a persona, attraverso contatti stretti e prolungati.
In precedenti ricerche, il gruppo di Chandran aveva dimostrato che il virus utilizza una proteina presente sulla propria superficie, denominata spike, per legarsi a un recettore delle cellule umane chiamato Pcdh1. Questo legame rappresenta un passaggio necessario per l'ingresso del virus nella cellula.
Nel nuovo studio, i ricercatori hanno esaminato le prime fasi dell'infezione, osservando come il recettore Pcdh1 interagisce con la proteina virale. L'analisi ha mostrato che il recettore si inserisce all'interno di una cavità stretta e profonda situata nel cuore della proteina spike.
Gli autori hanno inoltre studiato anticorpi isolati da pazienti umani, rilevando che alcuni riescono a legarsi in prossimità dell'ingresso della cavità e a impedire l'interazione con il recettore. Gli stessi anticorpi, tuttavia, non sono in grado di penetrare in profondità nella struttura della proteina.
Questa conformazione potrebbe rappresentare un meccanismo attraverso il quale il virus limita l'accesso degli anticorpi a una regione importante per l'infezione. Al tempo stesso, la cavità individuata offre un possibile bersaglio per nuove strategie terapeutiche.
L'obiettivo dei ricercatori è progettare molecole sufficientemente lunghe e sottili da inserirsi nella cavità della proteina spike, occupando lo spazio normalmente utilizzato dal recettore Pcdh1 e impedendo così il legame necessario all'infezione.
Attualmente non sono disponibili trattamenti specifici contro il virus Andes. Secondo gli autori, le conoscenze acquisite potrebbero contribuire alla progettazione di terapie e vaccini contro questo virus e altri appartenenti alla stessa famiglia. Le possibili applicazioni restano tuttavia da sviluppare e verificare.