Dopo un anno di trattamento, il 36% dei bambini che aveva ricevuto soltanto omalizumab è riuscito a tollerare porzioni complete di tre alimenti ai quali era allergico, contro il 19% dei partecipanti trattati inizialmente con il farmaco e successivamente con immunoterapia orale. È quanto emerge dalla seconda fase di uno studio guidato dalla Stanford Medicine e pubblicato su JAMA Pediatrics.
La sperimentazione ha coinvolto 117 bambini con un’età media di 7 anni. Tutti presentavano un’allergia alle arachidi e ad almeno altri due alimenti. I ricercatori hanno confrontato un anno di trattamento con omalizumab con un percorso composto da otto settimane dello stesso farmaco, seguite da immunoterapia orale per il resto dell’anno.
Al termine dello studio è stata valutata la capacità dei partecipanti di assumere porzioni da 2.000 milligrammi di ciascuno dei tre alimenti responsabili dell’allergia, comprese le arachidi.
Nel gruppo trattato con il solo omalizumab, il 36% dei bambini ha tollerato le porzioni complete dei tre alimenti. La percentuale è stata del 19% nel gruppo sottoposto successivamente a immunoterapia orale. Secondo gli autori, la differenza è spiegata in larga parte dal maggior numero di abbandoni registrati in quest’ultimo gruppo.
“Per chi è riuscito a seguire l’approccio terapeutico combinato, i risultati sono stati altrettanto positivi di quelli ottenuti con il solo omalizumab”, ha precisato Sharon Chinthrajah, co-direttrice del Sean N. Parker Center for Allergy and Asthma Research di Stanford Medicine e autrice senior dello studio.
I bambini sottoposti a immunoterapia orale hanno manifestato più effetti avversi che hanno portato all’interruzione del trattamento. Gli autori segnalano però che anche l’impegno richiesto dal percorso, che prevede l’assunzione regolare di piccole quantità degli alimenti allergenici e controlli periodici, può avere contribuito agli abbandoni.
L’omalizumab è un anticorpo monoclonale iniettabile approvato dalla Food and Drug Administration nel 2024 per ridurre il rischio di reazioni dopo esposizioni accidentali a piccole quantità di allergeni. Il nuovo studio ha valutato se il farmaco, da solo o associato all’immunoterapia orale, possa permettere ad alcuni pazienti di consumare regolarmente gli alimenti coinvolti.
Secondo Chinthrajah, i risultati possono aiutare a definire percorsi personalizzati: alcune famiglie cercano soprattutto una protezione dalle esposizioni accidentali, mentre altre puntano a introdurre stabilmente nella dieta gli alimenti responsabili dell’allergia.
Lo studio è stato finanziato, tra gli altri, dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases, parte dei National Institutes of Health statunitensi. Gli autori sottolineano la necessità di comprendere meglio le ragioni dell’interruzione dei trattamenti per adattare le strategie alle esigenze dei singoli pazienti.