L’incidenza della morte improvvisa da cardiomiopatia aritmogena negli atleti agonisti è passata da 0,43 a 0,14 casi ogni 100.000 persone-anno prima e dopo il 2010. Nello stesso periodo, l’incidenza complessiva della morte improvvisa per tutte le cause è scesa da 1,41 a 0,64 casi ogni 100.000 persone-anno.
Lo indica uno studio pubblicato su Circulation: Arrhythmia and Electrophysiology dal gruppo dell’Unità di Patologia cardiovascolare dell’Azienda ospedaliera e dell’Università di Padova. L’analisi ha esaminato i dati raccolti tra il 1985 e il 2024 attraverso il Registro della morte improvvisa giovanile del Nord-Est Italia.
Gli autori hanno analizzato 51 atleti agonisti, 50 uomini, deceduti per cardiomiopatia aritmogena a un’età media di 25 anni. La malattia ha rappresentato il 29% delle morti cardiache improvvise registrate tra gli sportivi. La quota è scesa dal 31% prima del 2010 al 22% nel periodo successivo.
“Questi risultati si inseriscono nel solco di oltre quattro decenni di programma di screening preagonistico obbligatorio, attivo in Italia dal 1982”, spiega Cristina Basso, direttrice del Dipartimento di Scienze cardio-toraco-vascolari e Sanità pubblica dell’Università di Padova e autrice corrispondente dello studio. Secondo Basso, “il progressivo affinamento dei criteri diagnostici e la crescente consapevolezza della malattia tra i medici dello sport hanno probabilmente contribuito a un’identificazione più precoce dei soggetti a rischio”.
Lo studio non dimostra tuttavia un rapporto causale tra l’introduzione dei criteri diagnostici del 2010 e la riduzione dei decessi. Gli autori precisano che i dati epidemiologici devono essere interpretati in modo descrittivo, anche per il numero limitato degli eventi.
Il dato clinico più rilevante riguarda il cambiamento del profilo della malattia. “Se fino agli anni Novanta la cardiomiopatia aritmogena si presentava quasi sempre nella forma classica a carico del ventricolo destro o di entrambi i ventricoli, negli ultimi anni si osserva uno spostamento verso la variante a prevalente o esclusivo coinvolgimento del ventricolo sinistro”, osserva Monica De Gaspari, prima autrice dello studio.
La variante definita dagli autori “mancina” è passata dal 4,2% al 9,1% di tutti i decessi da cardiomiopatia aritmogena tra i due periodi e ha rappresentato il 40,9% dei casi osservati dopo il 2010. Questa forma è più difficile da riconoscere con gli esami di primo livello. Le anomalie elettrocardiografiche erano presenti nel 23,1% delle forme sinistre, mentre l’ecocardiogramma bidimensionale è risultato positivo solo nel 5,8% dei casi complessivi in cui era stato eseguito.
Gli autori raccomandano un elevato indice di sospetto in presenza di bassi voltaggi del QRS, aritmie ventricolari indotte dallo sforzo, sintomi, familiarità o ulteriori anomalie elettrocardiografiche. In questi casi, anche con ecocardiogramma normale, la risonanza magnetica cardiaca con mezzo di contrasto può individuare la fibrosi miocardica e il substrato aritmogeno.
La risonanza non viene proposta come esame generalizzato per tutti gli atleti, ma come approfondimento nei soggetti con elementi clinici sospetti.