Gli alimenti ultraprocessati occupano una quota crescente delle abitudini alimentari anche in Italia e sono associati, secondo le evidenze disponibili, a un aumento del rischio di diverse patologie dell'apparato digerente. È il messaggio emerso dalla conferenza stampa organizzata dalla Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (SIGE) alla Camera dei Deputati, durante la quale la società scientifica ha annunciato la pubblicazione, entro la fine dell'anno, di un position paper dedicato al tema.
Secondo la SIGE, nei Paesi ad alto reddito gli alimenti ultraprocessati arrivano a rappresentare fino al 50-60% dell'apporto energetico giornaliero e il fenomeno interessa sempre più anche l'Italia, dove si osserva un progressivo allontanamento dalla dieta mediterranea. Gli specialisti hanno richiamato le principali associazioni emerse dalla letteratura scientifica, evidenziando un rischio quasi raddoppiato di malattie infiammatorie croniche intestinali in alcune popolazioni, in particolare per il morbo di Crohn, una relazione dose-risposta con la sindrome dell'intestino irritabile e associazioni con un maggior rischio di steatosi epatica metabolica, infezione da Helicobacter pylori, ulcera peptica e tumori dell'apparato digerente, tra cui colon-retto e stomaco.
La società scientifica sottolinea inoltre che gli effetti degli alimenti ultraprocessati non dipenderebbero esclusivamente dal loro profilo nutrizionale, ma anche dalle modifiche strutturali e chimiche introdotte dalla lavorazione industriale e dalla presenza di additivi, che possono influenzare la fisiologia dell'apparato digerente. Tra i meccanismi biologici richiamati figurano alterazioni del microbiota intestinale, aumento della permeabilità della barriera intestinale e attivazione di processi infiammatori cronici.
«L'antico adagio "siamo quello che mangiamo" non è mai stato così attuale e scientificamente fondato come oggi», ha affermato Edoardo Giannini, presidente della SIGE, sottolineando la necessità di promuovere una cultura dell'alimentazione basata su alimenti freschi o minimamente processati. Anche Giovanni Sarnelli, ordinario di Gastroenterologia dell'Università Federico II di Napoli, ha ribadito che il messaggio «non è demonizzare singoli alimenti, ma favorire una dieta varia, equilibrata e basata prevalentemente su alimenti freschi o minimamente processati».