Una revisione sistematica pubblicata su Nature Reviews Neurology propone un aggiornamento dei criteri prognostici della sclerosi multipla attraverso un modello multidimensionale che integra dati clinici, biomarcatori, imaging e caratteristiche individuali del paziente. Lo studio è stato realizzato dal consorzio europeo MAGNIMS (Magnetic Resonance Imaging in MS), con il coordinamento dell'Azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma e il contributo della Fondazione Santa Lucia IRCCS.
La sclerosi multipla interessa oltre 145.000 persone in Italia ed è una delle principali cause di disabilità neurologica nei giovani adulti. Sebbene negli ultimi trent'anni siano state sviluppate numerose terapie ad alta efficacia, una delle principali sfide rimane la capacità di prevedere l'evoluzione della malattia per scegliere fin dall'esordio il trattamento più appropriato.
Il nuovo modello identifica tre dimensioni prognostiche. La prima riguarda l'entità complessiva del danno, valutata attraverso storia clinica, frequenza delle ricadute, progressione della disabilità, risonanza magnetica e biomarcatori ematici, tra cui i neurofilamenti a catena leggera. La seconda considera la sede delle lesioni, poiché il coinvolgimento di midollo spinale, tronco encefalico, cervelletto o corteccia può avere un impatto prognostico maggiore rispetto ad altre localizzazioni. La terza prende in esame la capacità individuale di compensare il danno neurologico, influenzata da età, riserva cognitiva, comorbidità e stile di vita.
Secondo i ricercatori, anche fattori modificabili possono incidere sull'evoluzione della malattia. Un maggiore livello di istruzione e un'intensa attività intellettuale sono associati a una progressione più lenta della disabilità e a migliori performance cognitive. L'attività fisica, livelli adeguati di vitamina D, l'astensione dal fumo, il controllo del peso corporeo e una corretta alimentazione risultano associati a un decorso clinico più favorevole.
La review evidenzia inoltre il ruolo crescente dei biomarcatori presenti nel sangue e nel liquido cerebrospinale. Oltre ai neurofilamenti a catena leggera, vengono indicati come promettenti GFAP, CXCL13 e CHIT1, che potrebbero contribuire a distinguere le componenti infiammatorie e neurodegenerative della malattia. Tra le prospettive future vengono indicati anche strumenti di neurologia digitale, come dispositivi indossabili, monitoraggio della mobilità quotidiana, test neuropsicologici e tomografia a coerenza ottica (OCT), per individuare precocemente segnali di progressione prima che diventino evidenti alla valutazione clinica tradizionale.
Secondo gli autori, la prospettiva è passare da una gestione basata su categorie generali a una valutazione sempre più personalizzata, in grado di orientare decisioni terapeutiche tempestive e mirate.