Uno studio caso-controllo mostra che i pazienti con malattia di Parkinson che praticano allenamento di endurance da anni hanno punteggi motori e cognitivi migliori rispetto ai pazienti sedentari, ma sorprendentemente livelli plasmatici di irisina più bassi, non più alti, sia nei pazienti che nei controlli sani allenati. Il dato complica la narrazione semplice secondo cui "più esercizio, più irisina, più neuroprotezione".
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Parkinsonism & Related Disorders; il lavoro nasce dall'esigenza di colmare la scarsità di dati in vivo sull'irisina nella malattia di Parkinson, una miochina rilasciata dal muscolo durante l'attività fisica e già nota per il suo potenziale neuroprotettivo nei modelli animali.
I ricercatori hanno costituito quattro gruppi: pazienti con Parkinson sedentari, pazienti con Parkinson atleti di endurance, controlli sani sedentari e controlli sani atleti di endurance. In ciascun gruppo sono stati raccolti dati clinici e demografici e dosata l'irisina plasmatica, poi correlata con la gravità motoria misurata con la scala MDS-UPDRS parte III, lo stadio di Hoehn e Yahr, il punteggio cognitivo MMSE e la dose equivalente di levodopa.
I pazienti con Parkinson atleti di endurance avevano una durata di malattia maggiore rispetto ai sedentari, eppure ottenevano punteggi migliori sia alla scala motoria che al test cognitivo. Contro le aspettative, l'irisina plasmatica è risultata più bassa negli atleti di endurance rispetto ai sedentari, sia tra i pazienti che tra i controlli sani, con differenze statisticamente significative in tutti i confronti incrociati. Nei pazienti sedentari, inoltre, livelli più alti di irisina si correlavano positivamente con una maggiore gravità motoria, con lo stadio di malattia più avanzato e con dosi più elevate di terapia dopaminergica. I livelli più bassi di irisina erano anche associati al sesso maschile.
Il dato suggerisce che l'esercizio fisico cronico e intenso produca benefici clinici sui sintomi parkinsoniani attraverso meccanismi che non passano semplicemente per un aumento stabile dell'irisina circolante: è possibile che un consumo o un utilizzo periferico più efficiente della miochina, oppure un adattamento cronico all'allenamento, spieghino livelli plasmatici più bassi a parità di beneficio clinico. Per la pratica quotidiana il messaggio resta solido nella sua componente comportamentale, l'esercizio di endurance va incoraggiato come intervento non farmacologico potenzialmente in grado di modificare il decorso della malattia, mentre l'irisina plasmatica non è, almeno per ora, un biomarcatore utilizzabile per monitorare l'effetto dell'attività fisica nel singolo paziente.