Nei pazienti con sclerosi multipla recidivante-remittente, essere portatori dell'allele ε4 dell'apolipoproteina E (ApoE4) si associa a un rischio più che triplicato di accumulare disabilità attraverso le ricadute, piuttosto che attraverso la progressione silente indipendente dalle ricadute (PIRA). È un dato che getta nuova luce su un gene già noto per il suo ruolo nell'Alzheimer, questa volta in un contesto autoimmune.
Lo studio è stato condotto dal gruppo di Emilio Portaccio e Maria Pia Amato, del Dipartimento di NEUROFARBA dell'Università di Firenze, in collaborazione con i colleghi dell'Ospedale Santa Maria del Carmine di Rovereto e dell'Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi. Il lavoro è apparso su Journal of Neurology, Neurosurgery & Psychiatry.
Sono stati reclutati consecutivamente 160 pazienti adulti con sclerosi multipla recidivante seguiti presso il centro SM dell'Università di Firenze, poi classificati come portatori o non portatori dell'allele ApoE4. Il primo episodio di accumulo confermato di disabilità è stato definito come un incremento confermato a 24 settimane rispetto al basale mobile, e distinto in PIRA, se privo di ricadute nei 90 giorni precedenti e nei 30 giorni successivi all'esordio e alla conferma, oppure in worsening associato a ricaduta (RAW) nel caso opposto. L'associazione tra genotipo e tipo di evento è stata valutata con modelli di Cox multivariati.
Dopo un follow-up medio di oltre dodici anni, un primo evento di accumulo di disabilità si è verificato in 97 pazienti, il 60,6% della coorte. La PIRA ha rappresentato il 59,8% degli eventi nell'intero campione, ma solo il 38,9% negli ApoE4 non portatori, una differenza statisticamente significativa. Il dato chiave è che il worsening legato alle ricadute è risultato associato alla presenza dell'allele ApoE4 sia nell'intero campione, con un hazard ratio di 3,33, sia, in modo ancora più marcato, nel sottogruppo di pazienti che hanno effettivamente avuto ricadute durante il follow-up, con un hazard ratio di 3,60.
Il messaggio clinico è che il profilo genetico potrebbe contribuire a spiegare perché, a parità di terapia e di frequenza di ricadute, alcuni pazienti accumulano disabilità più rapidamente di altri attraverso il danno acuto piuttosto che attraverso la progressione subclinica. Se confermato in coorti più ampie, il genotipo ApoE potrebbe in futuro entrare tra i fattori da considerare nella stratificazione del rischio e nella scelta di terapie ad alta efficacia nei portatori di ApoE4, oltre ad aprire piste di ricerca sui meccanismi molecolari che collegano il metabolismo lipidico al danno neuroassonale acuto nella sclerosi multipla.