Europa e Mondo
Hpv
16/03/2026

HPV, oltre 27.000 morti l’anno in Europa. Il nodo resta l’accesso a screening e vaccini

L'European Cancer Organisation fa il punto sullo stato dei programmi di screening in Europa e annuncia un nuovo evento istituzionale a Bucarest l'11 maggio

hpv

Oltre 27.000 donne muoiono ogni anno in Europa per i tumori HPV correlati, una cifra troppo alta considerando i progressi scientifici e tecnologici in questo campo. È questa la cifra che l'European Cancer Organisation (ECO) ha pubblicato il 4 marzo in occasione dell'HPV Awareness Day 2026, e che sintetizza il paradosso del carcinoma cervicale nel contesto europeo attuale. Il problema non è la disponibilità di test sensibili o vaccini efficaci: è la distanza tra le raccomandazioni e la loro applicazione nei sistemi sanitari nazionali.

L’ECO richiama apertamente il report "Closing the Gaps", pubblicato nel 2025, che documenta come soltanto un sottoinsieme di Paesi (Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Finlandia, Norvegia) abbia raggiunto tutti gli strumenti e obbiettivi per il controllo dell’HPV, mentre la maggior parte dei Paesi dell'Europa orientale e meridionale sia lontana dagli standard e si trovi ancora in fase di “sviluppo” di campagne vaccinali e screening diffusi. L'incidenza standardizzata in Romania e Montenegro, ad esempio, supera i 22 casi per 100.000 donne, quasi il doppio rispetto all'Europa occidentale: una differenza che non riflette una diversa biologia del virus, ma la qualità e la copertura dei programmi di prevenzione.

I gap non riguardano le tecnologie disponibili, dove c’è ormai un consenso europeo, ma la capacità di raggiungere le donne eleggibili agli screening e alla vaccinazione. La “self-collection” sta progressivamente uscendo dalla fase sperimentale: diversi Paesi la integrano già nei programmi organizzati, e i dati confermano che spedire il kit a domicilio senza aspettare che sia la donna a richiederlo funziona meglio di qualsiasi invito passivo, soprattutto per chi non ha mai fatto uno screening in vita sua. Persino il test su urine, ancora poco usato nella pratica quotidiana, mostra numeri di accettabilità e sensibilità che lo rendono una strada concreta per le popolazioni più difficili da intercettare.

Un altro punto clinico riguarda il triage delle donne risultate positive al test: genotipizzazione, dual-stain e i metilazione del DNA offrono tutti performance superiori alla sola citologia nel selezionare le donne a rischio reale, ma nessuno di questi approcci è ancora standardizzato nei percorsi nazionali. Il Gruppo Europeo per lo screening, diagnosi e cura del cancro (EC-CvC) ha raccomandato il test HPV primario per le donne di 30–50 anni come standard assoluto e ha raccomandato di non avviare nuovi programmi basati su citologia o co-testing. Tuttavia, esistono differenze significative sullo sviluppo e diffusione dei test fra i diversi Paesi europei, il che comporta una forte variabilità clinica con ricadute dirette sull’equità dei percorsi di cura.

Un'attenzione specifica meritano le donne over 60: il report segnala queste donne sono le più sotto-screenate e presentano uno stadio più avanzato alla diagnosi, il che impone cautela nell'applicare acriticamente la soglia di uscita dai programmi di screening. Infine, con le prime coorti vaccinate in adolescenza che entrano nell'età di screening, è necessario anticipare la revisione degli intervalli e dell'età di inizio test: applicare i protocolli pensati per le non vaccinate a questa popolazione rischia di generare sia sovradiagnosi che inappropriatezza nel follow-up.

L’ECO ha annunciato per l'11 maggio 2026 un evento dedicato a questi temi. L'incontro punta a identificare approcci più mirati per i contesti nazionali che partono da una situazione opportunistica, spesso senza registri adeguati né infrastrutture IT integrate. Il tema della 5ª edizione del Codice Europeo contro il Cancro sarà centrale: per la prima volta, la raccomandazione sulla vaccinazione HPV include esplicitamente sia ragazze che ragazzi, con un target del 90% di copertura per entrambi i sessi.

Per i medici, questo rapporto è un invito all'azione concreta: proporre la self-collection alle non-attender, non fermarsi automaticamente alla soglia dei 60 anni senza una storia di screening documentata, iniziare a ragionare su intervalli differenziati per le coorti vaccinate. Aspettare che i sistemi nazionali si adeguino non è un'opzione neutrale.

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