Prende il via nelle prossime settimane il primo sistema di monitoraggio epidemiologico permanente sui disturbi della nutrizione e dell'alimentazione (Dna) in Italia. Il progetto, realizzato con il supporto tecnico e finanziario del Ministero della Salute attraverso il Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie (CCM) e coordinato dall'Istituto Superiore di Sanità.
Il progetto si chiama "Disturbi della Nutrizione e dell'Alimentazione: monitoraggio epidemiologico del fenomeno per l'intercettazione precoce e una presa in carico tempestiva" e si baserà su una piattaforma nazionale ISS già esistente e operativa (piattaformadisturbialimentari.iss.it). Il sistema prevede la registrazione di tutte le strutture pubbliche e private accreditate che non lo hanno ancora fatto, e l'analisi sistematica dei flussi informativi regionali relativi a ricoveri ordinari e in day hospital, prestazioni territoriali e ospedaliere, accessi al Pronto Soccorso, tasso di mortalità e casi di suicidio o tentato suicidio.
La necessità dell'iniziativa nasce da una lacuna storica: nonostante in Italia oltre tre milioni di persone convivano con un disturbo della nutrizione e dell'alimentazione (anoressia, bulimia, disturbo da alimentazione incontrollata tra i più diffusi) non esistono ancora dati nazionali consolidati che ne descrivano con precisione la diffusione. Le informazioni disponibili si basano sull'analisi di singoli indicatori, come ricoveri ospedalieri, accessi al Pronto Soccorso, registri di mortalità ed esenzioni sanitarie: tutti segnali che mostrano una tendenza in crescita su tutto il territorio nazionale. A complicare il quadro, significative disomogeneità regionali nell'accesso ai servizi di cura, che rischiano di incidere negativamente sul decorso di patologie già di per sé complesse e insidiose.
«Con questo progetto vogliamo dare una dimensione concreta al fenomeno dei disturbi della nutrizione e dell'alimentazione — spiega Rocco Bellantone, presidente dell'ISS — Disporre di dati affidabili ci consentirà di avere una mappa reale dei bisogni, favorire l'identificazione precoce dei disturbi e garantire percorsi di presa in carico multidisciplinare più efficaci e continuativi».
La piattaforma ISS offre già oggi una prima mappatura della rete assistenziale. A febbraio 2026 risultano censite 232 strutture su tutto il territorio nazionale: 176 centri di cura — di cui 141 afferenti al Servizio Sanitario Nazionale e 35 al privato accreditato convenzionato — e 56 associazioni. Le équipe coinvolte contano complessivamente oltre 2.000 professionisti, tra psicologi, medici, nutrizionisti, dietisti e altri specialisti.
I dati evidenziano tuttavia una distribuzione geografica disomogenea: dei 176 centri di cura, 85 si trovano al Nord, 36 al Centro e 55 tra Sud e Isole. Ancora più marcata la disparità per le associazioni: 36 al Nord, 11 al Centro e solo 9 al Sud. I centri seguono prevalentemente giovani adulti tra i 18 e i 25 anni, ma la presa in carico riguarda anche adolescenti e, con frequenza crescente, persone in età adulta avanzata. Solo il 51% dei centri accetta pazienti nella fascia 7-12 anni, e appena il 21% si occupa di bambini con meno di 6 anni — un dato che segnala ancora un'importante zona d'ombra nella tutela delle fasce più giovani.
«L'obiettivo è ottenere dati aggiornati a tutti i livelli di assistenza sanitaria, sia in età evolutiva sia in età adulta — precisa Maria Luisa Scattoni, referente ISS per il progetto — Queste informazioni saranno fondamentali per programmare politiche sanitarie, servizi e percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali».
L'avvio del progetto si inserisce nel contesto della Giornata del Fiocchetto Lilla del 15 marzo, dedicata alla sensibilizzazione pubblica sui disturbi alimentari. In questa occasione il Ministero della Salute ha lanciato anche una campagna di comunicazione per contrastare stigma e pregiudizi, con il messaggio che si tratta di patologie complesse che richiedono ascolto, cura e un adeguato supporto professionale e non semplificazioni o giudizi morali. Migliorare la conoscenza epidemiologica del fenomeno, attraverso dati solidi e comparabili, rappresenta dunque un passo necessario per rafforzare la prevenzione e per legittimare, anche culturalmente, la richiesta di aiuto da parte di chi ne soffre.