Un sistema legislativo articolato ma ancora un monitoraggio incompleto e frammentato della violenza contro le donne. È il quadro che emerge da uno studio internazionale pubblicato su Lancet Global Health che ha analizzato otto Paesi, tra cui Italia e Spagna, valutando la capacità dei sistemi pubblici di riconoscere e rispondere ai bisogni delle donne vittime di violenza.
Nel caso italiano, lo studio evidenzia una distanza significativa tra l’esistenza di strumenti normativi e la loro effettiva attuazione. Secondo quanto riportato nell’analisi, il Paese dispone di un insieme di norme rilevanti – dalla legge 119 del 2013 al “Codice Rosso” del 2019, fino alla legge 53 del 2022 sul sistema statistico integrato e alla più recente legge 181 del 2025 sul femminicidio – ma la capacità di registrare e intercettare i casi resta limitata e disomogenea sul territorio.
Il caso italiano è stato guidato da Flavia Bustreo, Co-Chair della Lancet Commission on Gender Based Violence and Maltreatment of Young People, con il contributo di Benedetta Armocida, ricercatrice dell’Istituto superiore di sanità (ISS).
Uno dei principali elementi critici riguarda la frammentazione dei sistemi informativi. I flussi provenienti da centri antiviolenza, forze dell’ordine, sistema giudiziario e servizi sanitari non risultano ancora pienamente integrati, rendendo difficile una rilevazione uniforme del fenomeno.
Secondo lo studio, questa situazione genera un marcato “gap di riconoscimento”, cioè la distanza tra il numero di donne che subiscono violenza e quelle che vengono effettivamente intercettate dai servizi pubblici. Le stime elaborate a partire dai dati del Global Burden of Disease 2021 indicano che in Italia la prevalenza della violenza fisica o sessuale perpetrata da partner negli ultimi dodici mesi è pari al 5,4% tra le donne di età pari o superiore a 15 anni.
Tra i settori coinvolti nella risposta istituzionale, quello sanitario appare ancora poco utilizzato come punto di accesso ai servizi. Nei Paesi che dispongono di dati sanitari comparabili, tra cui l’Italia, il riconoscimento formale della violenza da parte del sistema sanitario riguarda solo l’1,3%-5,6% del fabbisogno stimato.
Lo studio segnala inoltre forti differenze regionali nella disponibilità e nella continuità dei servizi, nella stabilità dei finanziamenti e nella capacità di coordinamento tra i diversi attori coinvolti. Tra le criticità strutturali vengono citati finanziamenti non continuativi, dipendenza dal lavoro delle organizzazioni del terzo settore e l’assenza di standard operativi uniformi.
Nel confronto internazionale, la Spagna emerge come uno dei sistemi più strutturati grazie a un modello intersettoriale coordinato, con percorsi chiari di presa in carico e una governance istituzionale definita.
Secondo Bustreo, il divario tra quadro normativo e copertura effettiva dei servizi richiede interventi strutturali. «È importante che i Paesi, inclusa l’Italia, colmino questo divario nell’attuazione tra leggi, politiche e copertura effettiva della fornitura di servizi», afferma. «La risposta alla violenza deve essere diretta da un’agenzia statutaria di alto livello con la partecipazione di vittime e professionisti, e sostenuta da finanziamenti sostanziali e continui».
Anche Armocida richiama la necessità di un approccio realmente integrato. «Lo studio evidenzia l’importanza di percorsi coordinati tra sanità, giustizia, servizi sociali, forze dell’ordine, istruzione e lavoro», sottolinea. «Il settore sanitario rappresenta un punto di contatto essenziale che oggi risulta ancora sottoutilizzato».
Tra le indicazioni operative dello studio figurano la definizione di una governance nazionale chiara, la stabilizzazione dei finanziamenti, la creazione di un sistema informativo integrato e l’adozione di standard condivisi a livello nazionale per la presa in carico delle donne vittime di violenza.