Uno studio documenta un'associazione significativa tra esposizione gestazionale a livelli molto elevati di PFAS e maggiore incidenza di asma nell'infanzia. È quanto emerge da uno studio pubblicato su PLOS Medicine da ricercatori della Lund University.
I ricercatori hanno costruito una coorte aperta basata su registri sanitari e demografici nazionali svedesi, includendo 11.488 bambini nati nella contea di Blekinge tra il 2006 e il 2013, seguiti dalla nascita fino ai 12 anni o al 31 dicembre 2022. L'esposizione prenatale è stata stimata attraverso la storia della madre, collegata ai livelli presenti nell’acqua potabile. I casi di asma e wheezing sono stati identificati dai registri sanitari, includendo diagnosi specialistiche e prescrizioni farmacologiche.
Nel complesso, il 17% dei bambini ha ricevuto una diagnosi di asma e il 18% di wheezing durante il follow-up. L'analisi di Cox, corretta per i principali fattori confondenti (fumo materno in gravidanza, età materna, parità, sesso del bambino, anamnesi familiare di asma, fattori socioeconomici), ha mostrato che l'esposizione prenatale molto elevata era associata a una maggiore incidenza di asma (HR: 1.44), mentre non è stata osservata alcuna associazione per i gruppi a esposizione alta o intermedia, né per il wheezing a nessun livello di esposizione. La distinzione tra i due outcome è clinicamente rilevante: l'associazione riguarda esclusivamente l'asma diagnosticata, non il wheezing come sintomo isolato.
Un risultato che, tuttavia, va letto con attenzione: l'effetto emerge esclusivamente al di sopra di una soglia di contaminazione del tutto eccezionale.
Il razionale fisiopatologico è plausibile: i PFAS attraversano la barriera placentare e vengono trasferiti anche nel latte materno. Queste esposizioni in fasi di sviluppo critiche sono particolarmente preoccupanti in quanto i PFAS sono sostanze con effetti endocrini, e l'esposizione a tali composti durante finestre di sviluppo sensibili è stata associata a numerosi rischi per la salute. plos Sul versante immunologico, è già consolidato il loro ruolo nella riduzione della risposta anticorpale alle vaccinazioni e nell'aumento del rischio di infezioni infantili; il legame con patologie da ipersensibilità come l'asma era biologicamente ipotizzabile ma finora privo di evidenze in popolazioni ad alta esposizione.
Il limite principale dello studio riguarda la difficoltà di isolare l'effetto specificamente prenatale: poiché molti bambini hanno continuato a risiedere all'indirizzo esposto anche dopo la nascita, non è possibile distinguere pienamente tra gli effetti dell'esposizione prenatale e quelli della prima infanzia.
Il messaggio clinico è articolato. Da un lato, i dati non supportano preoccupazioni per l'esposizione a livelli basali, dall'altro, lo studio rafforza l'attenzione alla storia ambientale della paziente in gravidanza nelle aree con elevata contaminazione idrica da PFAS, una problematica non estranea al contesto italiano, dove diverse zone del Nord Italia hanno registrato negli anni scorsi livelli significativi di contaminazione da queste sostanze.