Le trasfusioni di globuli rossi durante il ricovero per chirurgia valvolare in corso di endocardite infettiva si associano a un significativo aumento del rischio di mortalità a breve e lungo termine. È quanto emerge da uno studio retrospettivo pubblicato su Heart.
L'analisi ha coinvolto 2.480 pazienti operati in 16 centri tra il 2016 e il 2023sottoposti a chirurgia valvolare per endocardite infettiva attiva - definita dalla necessità di terapia antibiotica in corso al momento dell'intervento - con età mediana di 65 anni e prevalenza maschile (77,3%).
Lo studio si inserisce nel crescente dibattito sul rischio trasfusionale in ambito cardiochirurgico. Sebbene le trasfusioni rappresentino spesso una misura salvavita, la loro associazione con esiti negativi è documentata in vari contesti chirurgici, suggerendo la necessità di strategie di "patient blood management" più rigorose.
Il dato più eclatante riguarda la diffusione dell'anemia preoperatoria: presente nell'84,9% dei pazienti, risulta più frequente negli uomini rispetto alle donne (85,9% vs 81,7%). L'anemia è stata definita secondo i criteri OMS come emoglobina inferiore a 130 g/L per gli uomini e 120 g/L per le donne.
Durante l'ospedalizzazione, il 78,7% dei pazienti ha ricevuto trasfusioni di globuli rossi, con tassi significativamente più elevati nelle donne (89,0% vs 75,6% negli uomini).
L'aspetto più preoccupante emerso dall'analisi riguarda proprio l'impatto prognostico delle trasfusioni. Dopo aggiustamento per variabili confondenti, la trasfusione di emocomponenti si è associata a un rischio di mortalità 3,58 volte superiore a 30 giorni e 2,71 volte superiore a un anno dall'intervento.
L'analisi ha evidenziato anche significative differenze di genere negli esiti. Le donne hanno mostrato tassi di mortalità più elevati rispetto agli uomini sia a 30 giorni (13,7% vs 9,7%) che a un anno (21,6% vs 15,1%), con entrambe le differenze statisticamente significative.
Questo dato si inserisce in un quadro in cui le pazienti di sesso femminile, pur presentando anemia preoperatoria meno frequentemente, ricevono trasfusioni con maggiore frequenza durante il ricovero, suggerendo possibili differenze nella gestione clinica o nella risposta all'intervento chirurgico.
I risultati dello studio aprono prospettive concrete di miglioramento clinico. "I nostri risultati evidenziano aree di intervento praticabili per il miglioramento clinico", scrivono gli autori. "Affrontare l'anemia preoperatoria attraverso strategie quali la supplementazione di ferro e gli agenti stimolanti l'eritropoiesi potrebbe potenzialmente ridurre i requisiti trasfusionali e migliorare gli esiti".
Nel caso specifico dell'endocardite infettiva - condizione già gravata da elevata mortalità per la complessità della patologia sottostante, le frequenti comorbidità e la presenza di infezione sistemica - l'ottimizzazione dello stato ematologico preoperatorio potrebbe rappresentare un'opportunità terapeutica spesso trascurata.
L'approccio suggerito punta quindi a una gestione proattiva dell'anemia già prima dell'intervento, nella speranza di ridurre la necessità di trasfusioni e, di conseguenza, il rischio di complicanze e mortalità associato.