Clinica
Nutrizione
05/12/2025

Adolescenti più sensibili agli alimenti ultraprocessati: i nuovi dati sull’introito energetico

I dati suggeriscono che gli UPF potrebbero avere un impatto amplificato sui comportamenti alimentari degli adolescenti, indipendentemente dalla fame percepita

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Secondo un recente studio gli adolescenti abituati a una dieta ricca di alimenti ultraprocessati (UPF) tendono a mantenere una dieta ad alto introito energetico anche senza assumerli successivamente.

Sono questi i risultati di un recente studio, pubblicato su Obesity, che ha confermato l’impatto delle scelte alimentari fin dall’infanzia nell’abituarsi ad assumere una maggior quantità di cibo e, in definitiva, ad un aumento generale di sovrappeso ed obesità.

Gli alimenti ultraprocessati subiscono tecniche di produzione industriale e combinano sostanze atte ad aumentarne gusto, appetibilità e tempo di conservazione. Il maggiore consumo di UPF è spesso attribuito alla loro ampia disponibilità, al basso costo e al gusto appetibile. Ricerche precedenti indicano che gli UPF rappresentano circa il 55%–65% dell’introito energetico totale tra i bambini e i giovani adulti statunitensi. Negli adulti, un’elevata assunzione di UPF è stata collegata a un maggiore rischio di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, depressione e obesità. Nonostante ciò, gli studi focalizzati sull’età adolescenziale restano limitati. Comprendere le relazioni causali tra esposizione agli UPF, eccesso di introito energetico e aumento di peso rimane una priorità di ricerca importante.

Nello studio partecipanti, tutti ragazzi e ragazze tra 15 e 245anni, hanno seguito due periodi controllati di 14 giorni ciascuno, in ordine assegnato casualmente. Ai partecipanti è stata assegnata una delle due diete eucaloriche: una dieta ad alto contenuto di UPF (81% delle calorie da UPF) oppure una dieta non-UPF (0% da UPF). Dopo aver completato ogni periodo di dieta, il 15° giorno, i partecipanti si sono presentati a digiuno e hanno completato una colazione a buffet ad libitum. I ricercatori hanno misurato calorie assunte, tipologia di alimenti scelti e velocità di assunzione dopo 30 minuti dall’inizio del pasto.

I risultati mostrano come, soprattutto nei ragazzi più giovani, l’importo energetico e la velocità di assunzione del cibo fossero maggiori nel gruppo che nelle due settimane precedenti aveva ricevuto una dieta ad alto contenuto di UPF, nonostante gli uguali importi di kCal nei due gruppi fosse uguale fino alla sera precedente. Questo mostrerebbe secondo gli autori non sembra essere spiegato da differenze percepite di fame, ma mostra un comportamento del “mangiare senza fame” e rafforza un’interazione fra dieta e comportamento alimentare.

A margine, infatti, i ricercatori fanno notare che al pasto a buffet non ci siano state differenze significative nella composizione dei vassoi della colazione con il gruppo UPF che anzi ha mangiato meno cibi processati rispetto al gruppo non-UPF, consumando tuttavia un maggior numero di calorie.

Altro dato interessante è stato che la correlazione si è osservata solo negli adolescenti (età 15-21 anni) e non nei giovani adulti (22-25 anni) suggerendo un’interazione specifica tra età e dieta, dove all’aumentare dell’età si mostra una maggior resilienza allo stimolo alimentare e una risposta calorica più stabile.

Le alterazioni nella risposta agli UPF potrebbero quindi avere radici neurocognitive oltre che metaboliche, rendendo gli adolescenti particolarmente vulnerabili. Questi dati potrebbero riflettere differenze nello sviluppo delle funzioni esecutive, nella regolazione della ricompensa alimentare e nella maturazione dei meccanismi cognitivi di autoregolazione, che evolvono ancora nella tarda adolescenza.

Pur trattandosi di risultati preliminari, lo studio conferma l’esigenza di un’attenzione mirata nella pratica clinica. L’intervento educativo e la riformulazione delle abitudini alimentari potrebbero richiedere un approccio più intensivo proprio tra gli adolescenti.

Gli autori auspicano che future ricerche includano campioni più ampi, durate più prolungate e una valutazione integrata di parametri fisiologici come i ritmi sonno-veglia, valutazione ormonale e caratteristiche biologiche individuali. Tali elementi potrebbero contribuire a chiarire i meccanismi attraverso cui gli UPF modulano l’assunzione energetica e il rischio di aumento ponderale.

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