La European Association for the Study of Obesity (EASO) ha proposto una nuova definizione clinica dell’obesità, che consente di classificare come persone con obesità (PWO) quasi uno su cinque tra gli adulti che, secondo i criteri tradizionali basati sul solo indice di massa corporea (BMI), risultavano in sovrappeso. Il dato emerge da uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine, che analizza l’impatto della nuova classificazione in termini di prevalenza e associazione con la mortalità per tutte le cause.
Lo studio ha utilizzato i dati di 44.030 adulti di età compresa tra diciotto e settantanove anni raccolti nei cicli del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) tra il 1999 e il 2018, con follow-up fino a dicembre 2019. Applicando il framework EASO, che combina misure antropometriche (inclusa la circonferenza vita) con la presenza di comorbidità o limitazioni funzionali, gli autori hanno identificato una quota rilevante di soggetti in sovrappeso riclassificati come PWO: il diciotto virgola otto per cento.
Tra questi nuovi pazienti con obesità, le comorbidità erano comuni: ipertensione nel settantanove virgola nove per cento, artrite nel trentatré virgola due, diabete nel quindici virgola sei e malattie cardiovascolari nel dieci virgola cinque. Inoltre, i soggetti PWO presentavano più frequentemente fattori di rischio quali sedentarietà, fumo e basso livello di istruzione.
In termini di mortalità, i pazienti con obesità secondo il solo BMI mostravano un aumento del rischio (hazard ratio uno virgola diciannove). I soggetti PWO avevano invece un rischio simile a quello di persone normopeso senza comorbidità (HR uno virgola zero otto), ma superiore rispetto ai normopeso sani (HR uno virgola cinquanta). Il rischio era comunque inferiore a quello dei normopeso con patologie croniche (HR uno virgola settantaquattro).
Il framework proposto da EASO mira a superare i limiti del BMI come unico criterio diagnostico, riconoscendo l’obesità come una malattia cronica e multifattoriale. Il modello integra valutazioni di tipo funzionale e clinico, come le alterazioni metaboliche e la compromissione delle attività quotidiane, secondo una classificazione progressiva in stadi.
Gli autori sottolineano che il nuovo schema consente una identificazione più precoce e potenzialmente più accurata dei pazienti a rischio, ma evidenziano anche la necessità di ulteriori studi per stabilire se i soggetti PWO traggano beneficio dagli stessi approcci terapeutici attualmente raccomandati per i pazienti con BMI ≥ trenta.