Due giovani adulti su tre in Europa hanno vissuto almeno un’eperienza infantile avversa, abuso, trascuratezza o disfunzione familiare grave, e oltre uno su cinque ne ha subite quattro o più. È il quadro emerso da una nuova indagine dell’OMS Europa condotta su oltre 26mila soggetti di età compresa tra 18 e 30 anni in 27 Paesi dell’Unione europea, Islanda e Norvegia, realizzata in collaborazione con la Liverpool John Moores University.
Lo studio ha rilevato nove tipologie di adverse childhood experiences (ACE): abuso fisico, emotivo e sessuale, trascuratezza fisica ed emotiva, esposizione a violenza domestica, convivenza con un familiare con problemi di salute mentale o dipendenze, separazione o perdita di un genitore. L’impatto sulla salute mentale è proporzionale al numero di esperienze accumulate: tra chi ne ha vissute quattro o più, il 76,3% ha dichiarato di aver avuto bisogno di supporto psicologico professionale nell’ultimo anno, rispetto al 36,7% di chi non ne ha vissuta nessuna. Lo stesso gruppo mostra circa sei volte più probabilità di subire violenza da giovane adulto e circa dieci volte più probabilità di commetterla, con un rischio otto volte superiore di aver subito cyberbullismo durante l’infanzia.
"Questa è la prima volta che siamo riusciti a misurare le avversità infantili in modo comparabile in così tanti paesi europei", ha affermato il professor Mark Bellis, della Liverpool John Moores University e responsabile accademico dello studio. "I risultati sono straordinariamente coerenti. Le esperienze infantili avverse sono alla base di peggiori risultati in termini di salute, benessere sociale ed economico tra i giovani adulti in tutta Europa. La buona notizia è che le ACE (esperienze infantili avverse) possono essere prevenute e il loro impatto ridotto. Con il sostegno dei responsabili politici, investire in un'infanzia più sicura e stimolante contribuirà a creare popolazioni più sane, comunità più forti e un futuro più prospero per l'Europa."
Le conseguenze non si limitano alla sfera psichica. Chi ha accumulato più avversità tende ad avere livelli di istruzione più bassi, maggiore probabilità di trovarsi in condizione di NEET (né lavoro né studio), reddito familiare inferiore, minore fiducia negli altri e legami comunitari più fragili. La presenza di almeno un adulto di riferimento supportivo, invece, risulta correlata a una migliore salute mentale, a conferma del ruolo protettivo delle relazioni stabili.
“Quando un bambino cresce in un ambiente violento o in una famiglia in crisi, non dovremmo sorprenderci se questo lo segnerà a scuola, nel mondo del lavoro e nelle relazioni interpersonali anni dopo”, ha affermato la Dott.ssa Natasha Azzopardi-Muscat, Direttrice dei Sistemi Sanitari dell'OMS/Europa. “Spesso si trascura la reale portata del fenomeno. Non stiamo parlando di una piccola minoranza sfortunata. La maggior parte dei giovani adulti intervistati in questa ricerca ha vissuto almeno un'esperienza infantile avversa. Non si tratta di un problema di salute mentale isolato. È un problema sociale ed economico, che richiede il coinvolgimento di tutti i settori, non solo dei servizi sanitari”.
L’OMS raccomanda un intervento su tre livelli: prevenire le avversità alla fonte attraverso il sostegno alle famiglie e il contrasto a povertà ed esclusione sociale; rafforzare la resilienza tramite relazioni di supporto e competenze di vita; rendere i servizi pubblici (sanitari, sociali, educativi e giudiziari) “trauma-informed”, cioè capaci di riconoscere e rispondere adeguatamente alle persone con una storia di ACE. “Le avversità infantili possono essere prevenute e i loro effetti ridotti”, ha concluso Mark Bellis.