L'incidenza dell'ictus tra i giovani adulti è quasi raddoppiata negli ultimi tre decenni, mentre nella popolazione anziana continua a calare in modo costante. È la fotografia che emerge da uno studio pubblicato su Neurology condotto dall'Università di Cincinnati e presentato all'International Stroke Conference 2026 dell'American Stroke Association. Un lavoro che, per l'ampiezza dell'orizzonte temporale osservato, offre uno dei quadri più solidi finora disponibili sul fenomeno dell'ictus giovanile.
I ricercatori hanno utilizzato i dati del Greater Cincinnati/Northern Kentucky Stroke Study durante gli anni 1993/94, 1999, 2005, 2010, 2015 e 2020. Il tasso di incidenza nei giovani adulti (20-54anni) è salito da 33,88 casi per 100.000 persone-anno nel 1993/94 a 63,73 nel 2020: un incremento di quasi il 90% in meno di trent'anni. L'aumento è risultato quasi interamente riconducibile all'ictus ischemico, senza variazioni statisticamente significative per le forme emorragiche. Nello stesso periodo, l'incidenza tra gli over 55 è invece scesa da 618,64 a 450,61 casi per 100.000 persone-anno, confermando una traiettoria opposta tra le due fasce d'età, dovuto probabilmente a decenni di prevenzione combinata.
Il dato forse più interessante riguarda l'evoluzione del profilo di rischio tra i giovani. Tra il 1993/94 e il 2020 sono aumentati in modo statisticamente significativo sia i fattori di rischio tradizionali sia quelli legati agli stili di vita: l'ipertensione è passata dal 47,3% al 60,3% dei pazienti, il diabete dal 19,1% al 25,5%, la fibrillazione atriale dall'1,4% al 5,9%. Anche l’uso di droghe è salito dal 4,6% al 40,2%, trainato in particolare dalla marijuana, la cui prevalenza è passata da meno dell'1% al 30,6% dei casi.
Parallelamente è aumentato in modo netto anche il ricorso alla risonanza magnetica come strumento diagnostico, dal 39,8% al 79,2%: un elemento che gli stessi autori invitano a considerare con cautela, poiché un miglioramento della capacità diagnostica potrebbe contribuire in parte all'aumento apparente dei casi rilevati, accanto a un incremento reale dell'incidenza.
Sul fronte della prognosi, la mortalità a 30 giorni nei pazienti è lievemente diminuita, passando dall'11,7% al 9,4%, anche se questo dato non si riflette negli over55 dove l mortalità è rimasta sostanzialmente invariata.
Un altro tema sollevato riguarda l'accesso alle cure: i giovani adulti tendono a rivolgersi più spesso a servizi di urgenza e pronto intervento piuttosto che al medico di base o a centri specialistici. Questo rende più complessa l'identificazione precoce dei segnali precoci e asintomatici, nonché alla corretta gestione dei fattori di rischio.
Questo scenario comporta anche un’analisi della gestione sanitaria: più giovani sopravvivono all'evento acuto, ma un numero crescente di essi dovrà convivere per decenni con le sue sequele come deficit motori, cognitivi e del linguaggio, con importati ricadute sulla produttività lavorativa e sul carico a lungo termine per i sistemi sanitari.
Gli autori invitano a non considerare più l'ictus una patologia esclusivamente geriatrica e a intensificare lo screening anche nei pazienti più giovani. Il riferimento indicato nello studio il "Life's Essential Eight" dell'American Heart Association, che indica nel controllo dei fattori di rischio e nello stile di vita il cardine della prevenzione primaria, indipendentemente dall'età del paziente.
Un commento pubblicato da A.L.I.Ce. Biella a margine dello studio richiama a ripensare anche i percorsi assistenziali post-ictus, con un'attenzione crescente sul modello dello "Stroke Action Plan for Europe 2018-2030" verso una logica di "brain is care", con una gestione strutturata anche della fase cronica post-ictus, ipotizzando in prospettiva percorsi assistenziali dedicati ai pazienti più giovani.