Solo lo 0,76% degli adulti con ipertensione di nuova diagnosi viene sottoposto a screening per l'iperaldosteronismo primario, ma quando il test viene effettivamente eseguito risulta positivo nell'8,7% dei casi, un tasso di gran lunga superiore a quanto la scarsa applicazione pratica dello screening lascerebbe immaginare. Il dato, presentato da Diana Grace Varghese, dell'Università del Maryland, al congresso ENDO 2026 dell'Endocrine Society, suggerisce che ampliare l'applicazione dello screening potrebbe portare a galla un numero significativo di diagnosi oggi mancate.
I dati derivano da uno studio retrospettivo su quasi 2,5 milioni di adulti con ipertensione di nuova diagnosi. Nel dettaglio, su 18.787 pazienti effettivamente sottoposti a screening, in 9.414 erano disponibili dati biochimici completi, e tra questi 819 (8,7%) sono risultati positivi per iperaldosteronismo primario.
Le linee guida dell'Endocrine Society raccomandano lo screening per iperaldosteronismo primario in tutti i pazienti con ipertensione, da effettuarsi misurando aldosterone e renina e calcolando il rapporto aldosterone-renina. Ai pazienti che risultano positivi è indicata una terapia specifica per l'iperaldosteronismo, distinta dal trattamento antipertensivo convenzionale. Sul piano farmacologico le linee guida privilegiano gli antagonisti del recettore mineralocorticoide (MRA) rispetto agli inibitori del canale epiteliale del sodio (ENaC), e tra gli MRA raccomandano lo spironolattone come prima scelta per il costo più contenuto e la maggiore disponibilità. In alternativa al trattamento medico resta l'opzione chirurgica. L'obiettivo dichiarato dalle linee guida è duplice: aumentare l'identificazione dei pazienti con iperaldosteronismo primario e, attraverso una terapia mirata, migliorare il controllo pressorio e ridurre gli eventi cardiovascolari avversi associati alla condizione.
«Ampliarne l'applicazione dello screening potrebbe migliorare significativamente l'individuazione dell'iperaldosteronismo primario», ha dichiarato Varghese. «Un tasso di positività dell'8,7% nello screening real-world è un risultato clinicamente rilevante.» Un'osservazione che richiama un problema noto ma ancora largamente irrisolto nella pratica clinica: «Sappiamo tutti che l'iperaldosteronismo primario è una causa comune ma sottodiagnosticata di ipertensione», ha aggiunto la ricercatrice.
La posta in gioco di una diagnosi accurata è elevata, ha sottolineato Varghese, poiché l'iperaldosteronismo primario è associato a un aumentato rischio di morbilità e mortalità documentato da diversi studi precedenti. Tra i fattori associati a una maggiore probabilità di screening positivo, l'età avanzata è risultata particolarmente predittiva, anche l'appartenenza etnica e il sesso hanno mostrato un peso rilevante. Tra le condizioni cliniche, l'ipopotassiemia si è rilevante un marker di rischio mentre sul fronte farmacologico, l'uso di betabloccanti e l'uso di calcioantagonisti ha aumentato il rischio. Al contrario, l'utilizzo di inibitori del sistema renina-angiotensina-aldosterone (RAAS) si è associato a una minore probabilità di screening positivo, così come la presenza di scompenso cardiaco, un dato che merita attenzione nell'interpretazione clinica, poiché entrambe queste condizioni possono mascherare biochimicamente la diagnosi.
Varghese ha riconosciuto alcuni limiti dello studio, tra cui il disegno osservazionale, l'assenza di dati di laboratorio per quasi la metà della popolazione sottoposta a screening e il possibile bias di selezione. Secondo la ricercatrice, sono necessari ulteriori studi per stabilire se uno screening più ampio o basato sul rischio individuale possa effettivamente tradursi in un miglioramento degli esiti clinici nei pazienti con iperaldosteronismo primario.