I ceppi multiresistenti di Klebsiella pneumoniae, batterio tradizionalmente associato alle infezioni ospedaliere, potrebbero essere sempre più diffusi anche nella comunità. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Nature Communications, che ha analizzato la distribuzione di ceppi resistenti agli antibiotici negli Stati Uniti.
I ricercatori hanno esaminato oltre 2.000 campioni di urine e sangue raccolti in 42 Stati attraverso le strutture territoriali di Quest Diagnostics, identificando 267 diversi ceppi di Klebsiella pneumoniae multiresistente. Secondo lo studio, quasi il 70% dei ceppi analizzati risultava resistente ai tre antibiotici orali più comunemente utilizzati.
L’analisi ha evidenziato una diffusione regionale, statale e interstatale dei batteri, un dato che secondo gli autori suggerisce l’esistenza di serbatoi comunitari ampi e probabilmente sottostimati.
«Per lungo tempo i superbatteri altamente resistenti sono stati considerati principalmente un problema ospedaliero, ma questo studio rivela un cambiamento importante», ha affermato Meghan Starolis di Quest Diagnostics in una nota. «Questi batteri si stanno diffondendo e causano infezioni comuni resistenti agli antibiotici raccomandati per il trattamento».
Secondo i ricercatori, un ruolo centrale sarebbe svolto dal gene CTX-M-15, associato non solo alla resistenza agli antibiotici ma anche a una maggiore capacità di sopravvivenza in condizioni ambientali sfavorevoli e in presenza di metalli.
Gli autori sottolineano che la caratterizzazione genetica dei ceppi potrebbe contribuire allo sviluppo di nuovi approcci preventivi e terapeutici. «Questa ricerca fornisce il quadro genetico necessario per iniziare a sviluppare vaccini o altri trattamenti per i pazienti più vulnerabili», ha dichiarato Starolis.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, Klebsiella pneumoniae è responsabile di circa 600.000 decessi ogni anno nel mondo. Negli Stati Uniti rappresenta inoltre la causa più frequente di polmonite acquisita in ospedale.