Attualità
Arresto cardiaco
19/06/2026

Arresto cardiaco, Irc: solo il 48% degli italiani interverrebbe

Una ricerca presentata da IRC evidenzia scarsa preparazione e timori emotivi tra i potenziali soccorritori. Oltre la metà teme conseguenze psicologiche dopo un intervento

malore infarto chiamata soccorsi

In Italia, solo il 48% della popolazione sarebbe disposto a intervenire in caso di arresto cardiaco e, tra queste persone, il 52% teme teme di sperimentare un disagio psicologico significativo dopo il soccorso, con necessità di supporto per elaborare l'esperienza. È quanto emerge da una ricerca commissionata da Italian Resuscitation Council (IRC) all'Osservatorio Opinion Leader 4 Future, Credem e Università Cattolica, presentata a Bologna.

In Europa si stimano circa 400.000 arresti cardiaci extraospedalieri all'anno, di cui 50.000 in Italia. L'intervento del bystander avviene solo nel 58% dei casi e l'utilizzo del defibrillatore automatico esterno (DAE) in appena il 28%, con una sopravvivenza media dell'8%. Ogni minuto di ritardo nell'intervento riduce le probabilità di sopravvivenza del 10%, rendendo la finestra di azione del primo soccorritore un determinante critico dell'esito clinico.

La ricerca documenta un livello di preparazione tecnica insufficiente: solo il 13% conosce bene le procedure di soccorso per l'arresto cardiaco, il 41% le conosce solo a grandi linee, il 46% non le conosce affatto. Le barriere psicologiche all'azione comprendono la paura di peggiorare la situazione (56%), il timore di non essere all'altezza (42%), il panico (12%) e il timore di responsabilità legale in caso di esito negativo (15%). Il carico emotivo post-intervento risulta più marcato in specifici sottogruppi: persone che hanno già assistito a un arresto cardiaco in ambito familiare (57%), chi ha esperienza diretta di soccorso (57%), le donne (58%) e i millennials (58%).

Katya Ranzato, presidente IRC, indica l'implicazione per i modelli formativi: "Questi dati confermano che l'insegnamento delle manovre salvavita è essenziale, ma non basta: occorre promuovere una cultura che riconosca anche l'impatto emotivo dell'arresto cardiaco. La dimensione psicologica dei soccorritori e dei sopravvissuti e delle loro famiglie deve diventare parte della catena della sopravvivenza. Ogni cittadino può fare la differenza: prepararlo, sostenerlo e metterlo in condizione di agire con fiducia è la strada per salvare molte più vite e per restituire a quelle stesse vite un'esistenza di qualità. Dove la popolazione è più preparata sul primo soccorso, le probabilità di sopravvivenza a un arresto cardiaco possono triplicare e si possono ridurre gli esiti invalidanti che ne possono derivare."

Un ulteriore limite riguarda la conoscenza della distribuzione territoriale dei defibrillatori: solo il 37% della popolazione ritiene che entro 500 metri dalla propria abitazione sia presente un DAE, mentre un quinto degli intervistati dichiara di non averci mai fatto caso. La consapevolezza risulta maggiore tra i giovani, le persone con livello di istruzione più elevato e chi ha già seguito un percorso formativo — confermando il ruolo dell'informazione strutturata nel rendere i dispositivi effettivamente accessibili in emergenza.

I dati suggeriscono a IRC la necessità di integrare sistematicamente il supporto psicologico nelle politiche di formazione BLSD, riconoscendo la dimensione emotiva del soccorritore occasionale come componente strutturale della catena della sopravvivenza, al pari della componente tecnico-procedurale. Per gli operatori sanitari coinvolti nella formazione della popolazione generale, il dato implica una revisione dei modelli didattici tradizionali, orientata a costruire non solo competenza tecnica ma anche fiducia e resilienza emotiva nel potenziale soccorritore.

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