Un solo indice di fragilità è in grado di predire in modo indipendente il rischio di morte, ospedalizzazione e svariate patologie croniche. È quanto emerge da una ricerca pubblicata su Age & Ageing condotta nell'ambito dello studio Moli-sani.
I ricercatori hanno analizzato i dati di 20.975 adulti con almeno 35 anni di età, reclutati tra il 2005 e il 2010 nell'ambito del progetto Moli-sani, uno studio di popolazione condotto in Italia, e seguiti per una mediana di 15 anni. La fragilità è stata misurata attraverso un indice multidimensionale a 29 item (Frailty Index, FI), costruito secondo il modello dell'accumulo di deficit. Per ciascuno dei 17 outcome incidenti sono stati stimati gli hazard ratio con modelli di Cox che tenevano conto dei rischi competitivi, aggiustati per età, sesso e una serie di covariate tra cui indicatori di stato socioeconomico, abitudine al fumo, aderenza alla dieta mediterranea e attività fisica nel tempo libero.
L'FI si associava a un rischio maggiore sia di malattia di Parkinson (HR = 1,25) sia di demenza non-Alzheimer (HR = 1,31). Il caso della malattia di Alzheimer merita una lettura attenta. L'associazione non risultava significativa una volta tenuto conto della mortalità competitiva: i soggetti più fragili muoiono in misura maggiore prima di raggiungere l'età in cui l'Alzheimer tipicamente si manifesta, il che sopprime artificialmente l'associazione osservata. Non si tratta quindi di assenza di legame biologico, ma di un limite epidemiologico legato alla sopravvivenza differenziale.
L'associazione con la demenza non-Alzheimer, che comprende la demenza vascolare, la demenza a corpi di Lewy e le demenze frontotemporali, è invece robusta e biologicamente coerente: tutti questi quadri condividono con la fragilità substrati fisiopatologici comuni, tra cui l'infiammazione cronica di basso grado, la disfunzione endoteliale e la ridotta riserva cognitiva.
Un risultato particolarmente interessante riguarda la stratificazione per età: le analisi stratificate mostravano associazioni tendenzialmente più forti per la maggior parte degli outcome negli individui al di sotto dei 65 anni rispetto ai soggetti più anziani. Questo dato, controintuitivo rispetto all'assunzione comune che la fragilità conti di più nei grandi anziani, suggerisce che la valutazione dell'FI potrebbe avere un valore predittivo aggiuntivo proprio nella popolazione di mezza età, dove la fragilità precoce può identificare soggetti ad alto rischio ancora in una finestra di intervento efficace.
Per quanto riguarda altre patologie, ogni incremento di una deviazione standard dell'indice di fragilità, il rischio di diabete di tipo 2 aumentava dell'82% e quello di cardiopatia coronarica del 33%. Si tratta delle associazioni più forti dell'intera analisi, a conferma che la fragilità (anche quella mentale) è strettamente intrecciata con il profilo cardiometabolico del paziente. Le associazioni con i tumori variavano a seconda della sede: positiva con il tumore del polmone, negativa con quello del colon-retto, mentre non emergeva alcun legame con i tumori della mammella e della prostata. L'FI prediceva anche le ospedalizzazioni per qualsiasi causa (HR = 1,31;) e la mortalità per tutte le cause (HR = 1,35).
Lo studio rafforza un messaggio che la neurologia preventiva porta avanti da anni: la salute cerebrale non può essere valutata in isolamento dal contesto sistemico del paziente. I risultati sottolineano l'importanza della valutazione della fragilità nelle strategie preventive, nella stratificazione del rischio e nella sorveglianza integrata nella popolazione generale. Un indice che in un'unica misurazione multidimensionale riesce a predire traiettorie così diverse — dal diabete al Parkinson, dall'infarto alla mortalità — rappresenta uno strumento di stratificazione potenzialmente prezioso che, se confermato anche da altri studi, dovrebbe essere integrato nella pratica clinica quotidiana.