Le malattie reumatologiche interessano circa 3,5 milioni di donne in Italia e incidono su momenti centrali della vita come studio, lavoro, maternità e menopausa. È il quadro tracciato dalla Società Italiana di Reumatologia (SIR) in occasione della Giornata nazionale della salute della donna del 22 aprile, con un richiamo alla diagnosi precoce, all’informazione e alla presa in carico specialistica.
Molte di queste patologie esordiscono in giovane età, quando si costruiscono percorsi personali e professionali. “Nelle malattie reumatologiche la dimensione di genere è molto rilevante”, afferma Andrea Doria, presidente SIR e professore di Reumatologia presso l’Università di Padova. Nelle forme autoimmuni sistemiche il divario tra uomini e donne è marcato: il lupus eritematoso sistemico colpisce le donne con un rapporto di circa 9 a 1, la sindrome di Sjögren supera 10 a 1, mentre nella sindrome da anticorpi antifosfolipidi il rapporto è di circa 5 a 1. Anche patologie diffuse come l’osteoporosi presentano una netta prevalenza femminile.
“Oggi disponiamo di terapie efficaci che hanno migliorato significativamente la prognosi, ma è essenziale riconoscere come queste malattie incidano in modo specifico sulla salute femminile”, aggiunge Doria.
Uno dei temi principali riguarda la gravidanza. Alcune malattie reumatologiche, come le connettiviti, compaiono spesso tra i 20 e i 40 anni, nella fase fertile. “Oggi, nella maggior parte dei casi, la gravidanza è possibile”, sottolinea Chiara Tani, coordinatrice del Gruppo di studio SIR sulla medicina di genere e reumatologa presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana. “Tuttavia richiede una pianificazione attenta e un monitoraggio multidisciplinare in centri specializzati”.
Secondo la SIR, le principali criticità riguardano il rischio di riacutizzazione della malattia, una maggiore frequenza di complicanze ostetriche rispetto alla popolazione generale – tra cui parto pretermine, basso peso alla nascita e preeclampsia – e la gestione delle terapie farmacologiche durante gravidanza e allattamento.
Per questo viene indicato come centrale il counseling preconcezionale, da condividere con la paziente e il partner, e la programmazione della gravidanza quando la malattia è sotto controllo, in collaborazione tra reumatologo e ginecologo. “Un errore ancora frequente è sospendere autonomamente i farmaci per paura che possano nuocere al bambino. Oggi abbiamo terapie compatibili con la gestazione, mentre una malattia attiva può essere ben più pericolosa”, osserva Tani.
L’impatto delle patologie reumatologiche si estende anche a studio e lavoro. Fatigue cronica, dolore, rigidità articolare, controlli frequenti e necessità terapeutiche possono condizionare ritmi di vita e prospettive professionali. La SIR segnala che in alcune condizioni, come il lupus, si registrano tassi di disabilità lavorativa e assenteismo superiori rispetto alla popolazione generale.
Un’altra fase delicata è la menopausa. Con l’età possono accentuarsi dolori articolari, stanchezza e disturbi dell’umore, mentre cresce il rischio di osteoporosi e di eventi cardiovascolari, già più elevato nelle donne con malattie reumatiche. L’infiammazione cronica, ricorda la società scientifica, contribuisce infatti al danno vascolare e all’aterosclerosi.
Per la SIR, resta decisiva la diagnosi precoce. Sintomi apparentemente aspecifici come stanchezza persistente, dolori articolari, perdita di capelli o secchezza delle mucose non devono essere sottovalutati e vanno riferiti al medico curante per attivare eventuali approfondimenti specialistici.