L’apnea ostruttiva del sonno potrebbe rappresentare un fattore di rischio modificabile per la malattia di Parkinson. È quanto emerge da uno studio pubblicato su JAMA Neurology, condotto su una vasta coorte di veterani statunitensi.
I ricercatori hanno esaminato i dati di 13.737.081 veterani e incluso nell’analisi finale 11.310.411 soggetti senza diagnosi pregressa di Parkinson. L’età media era di 60,5 anni. Tra i partecipanti, 1.552.505 persone, pari al 13,7%, presentavano apnea ostruttiva del sonno (OSA).
Durante un follow-up medio di 4,9 anni, i soggetti con OSA hanno mostrato una maggiore incidenza di nuova diagnosi di Parkinson rispetto a chi non aveva il disturbo respiratorio del sonno. In termini assoluti, lo studio stima 1,61 casi aggiuntivi di Parkinson ogni 1.000 persone a sei anni nei pazienti con OSA.
L’associazione è rimasta significativa anche dopo l’aggiustamento per diversi fattori clinici, tra cui età, indice di massa corporea, patologie vascolari, condizioni psichiatriche e terapie farmacologiche. Gli autori segnalano inoltre che il legame osservato è risultato di entità maggiore nelle donne incluse nella coorte.
Un altro dato rilevante riguarda il trattamento. I casi di Parkinson risultavano significativamente ridotti nei pazienti che avevano ricevuto precocemente terapia con pressione positiva delle vie aeree (CPAP), considerata trattamento standard dell’OSA.
Gli autori precisano che lo studio osservazionale non dimostra un rapporto causale diretto tra apnea ostruttiva del sonno e Parkinson. Tuttavia, i risultati indicano che l’OSA potrebbe essere un fattore associato allo sviluppo futuro della malattia e potenzialmente modificabile attraverso diagnosi e trattamento tempestivi.
L’apnea ostruttiva del sonno è caratterizzata da episodi ricorrenti di ostruzione delle vie aeree durante il sonno, con russamento, ipossia intermittente e frammentazione del riposo. La malattia di Parkinson è una patologia neurodegenerativa progressiva con sintomi motori come tremore, rigidità e lentezza dei movimenti.
Secondo gli autori, strategie efficaci di screening e maggiore aderenza alla CPAP potrebbero avere ricadute rilevanti anche sulla salute cerebrale.
Fonte: