Le malattie epatiche stanno aumentando in Italia sotto la spinta combinata di steatosi metabolica e consumo di alcol. È quanto emerge dai dati presentati al 58° Annual Meeting dell’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato (AISF), in corso a Roma dal 18 al 20 marzo 2026.
In Italia la steatosi metabolica interessa circa il 25% della popolazione, mentre oltre 8 milioni di persone consumano alcol con modalità a rischio per la salute. Due condizioni che, secondo gli epatologi, stanno contribuendo all’aumento delle malattie epatiche croniche, con progressione verso cirrosi, epatocarcinoma e necessità di trapianto.
“La steatosi metabolica e la malattia alcol-correlata rappresentano due facce della stessa crisi di salute pubblica”, osserva Giacomo Germani, segretario AISF, sottolineando la necessità di diagnosi precoce e prevenzione.
La steatosi epatica associata a disfunzione metabolica è oggi la forma più diffusa di malattia cronica del fegato. Una survey AISF su 43 unità operative evidenzia che ogni centro segue in mediana 300 pazienti e registra 50 nuovi casi l’anno. Circa il 40% presenta già fibrosi significativa e il 20% cirrosi. Tra i pazienti in carico, il 40% ha diabete e il 50% obesità.
“La malattia può restare a lungo silente, ma una quota rilevante evolve verso forme più aggressive”, spiega Salvatore Petta, professore di Gastroenterologia all’Università di Palermo, indicando come prioritaria l’identificazione precoce dei pazienti a rischio.
Accanto agli interventi su stile di vita, emergono le prime opzioni terapeutiche. Il documento AISF segnala che resmetirom e semaglutide hanno dimostrato efficacia istologica negli studi di fase 3 nei pazienti con MASH e fibrosi significativa, aprendo a nuovi percorsi di selezione e monitoraggio dei pazienti.
Sul versante alcol, resta elevato l’impatto clinico e sociale. Secondo l’Istituto superiore di sanità, nel 2022 circa 8 milioni di italiani hanno consumato alcol a rischio, con circa 660mila giovani tra 18 e 24 anni coinvolti.
“Il binge drinking tra i giovani può avere conseguenze epatiche severe”, osserva Patrizia Burra, professore di Gastroenterologia all’Università di Padova, ricordando che la malattia alcol-correlata può evolvere fino all’epatocarcinoma e, nelle forme acute più gravi, presentare una mortalità fino al 60% a sei mesi.
Il comunicato evidenzia anche criticità organizzative: l’epatologo è stabilmente inserito nei team per la gestione dell’obesità solo nel 23% dei casi, mentre nel 44% non ne fa parte.
Tra i fattori che incidono sull’accesso alle cure, AISF segnala il ruolo dello stigma, che può ritardare il contatto con i servizi sanitari sia nei pazienti con malattia alcol-correlata sia in quelli con obesità e diabete.
Nei casi più gravi, l’approccio al trapianto di fegato sta evolvendo. La tradizionale “regola dei sei mesi” di astinenza non è più considerata assoluta e, nei pazienti selezionati con epatite alcolica grave, il trapianto precoce può rappresentare un’opzione salvavita.