Il rischio infettivo nei pazienti con cirrosi epatica raggiunge il suo picco nel periodo immediatamente precedente e successivo alla diagnosi, con un'incidenza significativamente più elevata rispetto al baseline pre-diagnostico. Lo dimostra uno studio retrospettivo di popolazione pubblicato su European Journal of Internal Medicine.
La cirrosi, stadio terminale della malattia epatica cronica progressiva, contribuisce a circa 1 milione di morti a livello globale ogni anno. Le infezioni batteriche sono una complicanza frequente e quadruplicano il rischio di morte nei pazienti cirrotici. La diagnosi di infezione in questi pazienti è clinicamente insidiosa: solo la metà presenta febbre e la maggioranza non sviluppa leucocitosi né soddisfa i criteri SIRS, rendendo indispensabile un elevato indice di sospetto clinico.
I ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma hanno condotto uno studio retrospettivo utilizzando i dati del Registro Nazionale Svedese dei Pazienti, analizzando 42.067 pazienti con cirrosi (età mediana alla diagnosi: 65 anni; 65% uomini) nel periodo 1997–2020. Il confronto è stato effettuato tra i tassi di incidenza delle infezioni nel periodo baseline pre-diagnostico (4 anni prima della diagnosi) e nel cosiddetto "periodo diagnostico" (3 mesi prima e 3 mesi dopo la diagnosi di cirrosi).
Il rischio infettivo risultava significativamente più elevato intorno al momento della diagnosi rispetto al baseline pre-diagnostico, con un incremento particolarmente marcato nei pazienti con cirrosi scompensata e in quelli con cirrosi correlata all'alcol.
Questo dato si inserisce in un quadro fisiopatologico già consolidato: la disfunzione immunitaria, le alterazioni della barriera intestinale e le modificazioni del microbioma epatico giocano un ruolo chiave nella suscettibilità alle infezioni batteriche nei pazienti con cirrosi scompensata. Le infezioni che precipitano una ACLF si associano a una mortalità a 30 giorni superiore al 50% in presenza di più di due insufficienze d'organo.
Gli autori segnalano alcune limitazioni: lo studio ha catturato solo le infezioni gravi, poiché il registro non includeva i dati delle cure primarie; le stime del periodo diagnostico sono soggette a bias di rilevazione e a possibili errori di classificazione degli outcome legati alla regola dei 30 giorni per definire infezioni separate.
Il messaggio operativo dello studio è diretto: "L'implementazione di strategie di prevenzione è essenziale per migliorare la prognosi e ridurre la mortalità, e deve essere prioritaria immediatamente dopo la diagnosi di cirrosi."
Gli autori offrono anche una chiave interpretativa clinicamente rilevante: "Le infezioni che precedono la diagnosi di cirrosi agiscono come indicatori clinici di una cirrosi sottostante, poiché una cirrosi precedentemente asintomatica viene diagnosticata quando i pazienti accedono alle cure per altri motivi, come un'infezione grave."
Per il clinico, i dati suggeriscono che il momento della diagnosi di cirrosi, spesso già avanzata quando emerge clinicamente, rappresenta una finestra critica di intervento preventivo, in cui vanno valutate sistematicamente profilassi antibiotica, vaccinazioni e ottimizzazione della gestione delle comorbilità.