Un farmaco nato per il diabete può agire anche sull’umore? È la domanda che attraversa uno studio “real world” presentato dalla dottoressa Maria Beatrice Rescalli del Dipartimento di Salute Mentale e degli Organi di senso, UOC Psichiatria, dell’Università di Siena, durante il 30° Congresso della SOPSI (Società Italiana di Psicopatologia). Lo studio ha preso in considerazione le variazioni dello stato affettivo durante il trattamento con agonisti del recettore GLP-1, una classe di molecole: liraglutide, semaglutide e tirzepatide, già noti per i benefici metabolici e cardiovascolari.
Ma ora l’attenzione si è spostata sul cervello. Depressione maggiore e disturbo bipolare non sono solo malattie della psiche, sempre più evidenze mostrano una stretta associazione con obesità, insulino-resistenza e diabete di tipo 2.
La relazione a quanto sembra è bidirezionale: i disturbi dell’umore aumentano il rischio cardiometabolico, mentre la sindrome metabolica può aggravare la severità clinica e la resistenza ai trattamenti psichiatrici. A fare da ponte potrebbe essere uno stato pro-infiammatorio cronico, capace di intrecciare alterazioni affettive e disfunzione metabolica. Ed è proprio qui che si poggia la base scientifica della ricerca nel trattamento con GLP-1 RA.
“Sul piano metabolico, questi farmaci aumentano la secrezione insulinica glucosio-dipendente, riducono l’appetito e il peso corporeo, rallentano lo svuotamento gastrico e hanno anche dimostrato benefici cardiovascolari nei trial clinici, spiega Rescalli, prima autrice dello studio. Ma i recettori GLP-1 sono espressi anche in aree chiave del sistema nervoso centrale quali: corteccia prefrontale, ippocampo, amigdala, nucleus accumbens – prosegue la ricercatrice – che sono proprio quelle coinvolte nella regolazione dell’umore. Gli studi ci suggeriscono quindi una riduzione della neuroinfiammazione, una modulazione dei sistemi monoaminergici ed effetti antidepressivi e ansiolitici che in parte sono indipendenti dalla perdita di peso”.
Lo studio ha seguito 41 pazienti con diagnosi DSM-5 di disturbo depressivo maggiore o disturbo bipolare I e II, valutati prima del trattamento con liraglutide, semaglutide o tirzepatide e dopo a distanza di 1, 3 e 6 mesi. I ricercatori hanno misurato i sintomi depressivi e maniacali con scale MADRS e MRS, utilizzate rispettivamente per la depressione e per il disturbo maniacale e bipolare, insieme al BMI (indice di massa corporeo) e al peso. L’analisi ha usato modelli lineari a effetti misti e un modello di Markov latente a tre stati per descrivere dinamicamente l’evoluzione emotivo-affettiva.
Gli stati identificati sono stati: remissione/asintomatico, depressione predominante e stato affettivo misto. Il risultato più rilevante riguarda proprio quest’ultimo: lo stato misto ha mostrato un’elevata probabilità di transizione diretta verso la remissione di circa il 64%. Nel tempo, l’autrice dello studio e i suoi colleghi hanno osservato nei pazienti una progressiva minore severità della sintomatologia, soprattutto tra coloro che inizialmente erano classificati come “misti”.
“Un dato che mette in luce come gli stati affettivi non siano entità statiche, ma configurazioni dinamiche, potenzialmente sensibili alla modulazione indotta nell’organismo dall’uso di questi farmaci. Pertanto, seppure con cautela – conclude la dottoressa Rescalli – possiamo avvalorare l’ipotesi che intervenire sul metabolismo e sull’infiammazione possa tradursi anche in un beneficio psichico”.
Uno studio che apre un nuovo scenario: curare il corpo per alleggerire anche la mente.
Beatrice Curci