Un semplice prelievo venoso potrebbe diventare lo strumento chiave per anticipare l'insorgenza dell'Alzheimer, non solo rilevando la predisposizione alla malattia, ma indicando anche quando è probabile che i sintomi si manifestino. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Nature Medicine da un'équipe della Washington University School of Medicine di St. Louis (WashU Medicine).
La proteina tau è normalmente presente nel cervello, dove svolge un ruolo essenziale nel mantenere stabile l'architettura dei neuroni. Il problema nasce quando subisce una fosforilazione anomala: nella forma chiamata p-tau217 tende ad aggregarsi, uno dei segni distintivi dell'Alzheimer. Livelli elevati di questa proteina nel plasma riflettono i processi tipici della malattia, come l'accumulo di beta-amiloide, e rappresentano oggi uno dei biomarcatori più affidabili per intercettare precocemente la neurodegenerazione.
I ricercatori hanno sviluppato un modello matematico basato sul rapporto tra tau normale e tau fosforilata, capace di stimare da quanti anni il soggetto sia diventato positivo al biomarcatore e, a partire da questo dato, di calcolare la finestra temporale entro cui è probabile la comparsa dei sintomi. Il modello è stato validato su un campione di oltre 600 anziani arruolati in due coorti di ricerca longitudinale indipendenti, utilizzando sia test diagnostici già disponibili in ambito clinico. La robustezza dell'approccio è confermata dalla sua trasferibilità tra le diverse piattaforme analitiche.
I risultati mostrano come un soggetto risultato positivo alla p-tau217 a 60 anni sviluppa mediamente i sintomi dopo circa 20 anni, mentre chi diventa positivo a 80 anni li manifesta in meno di 11 anni. Il margine di errore medio nella stima dell'età di comparsa dei sintomi è stato di circa 3-4 anni, ritenuto clinicamente accettabile. Questo gradiente è verosimilmente attribuibile alla maggiore presenza di comorbilità cerebrali negli anziani e alla riduzione progressiva delle riserve cognitive disponibili per compensare il danno neuronale.
Le ricadute più immediate riguardano la sperimentazione clinica. Come sottolinea Kellen K. Petersen, autore principale dello studio: "Questi modelli potrebbero rendere gli studi clinici sull'Alzheimer più efficienti, identificando i partecipanti che hanno maggiori probabilità di sviluppare sintomi nel breve periodo." E aggiunge: "Con un ulteriore perfezionamento, queste metodologie hanno il potenziale per prevedere l'insorgenza dei sintomi con un'accuratezza tale da poterle utilizzare anche nell'assistenza clinica individuale."
Sul versante dell'accessibilità, Suzanne E. Schindler, professoressa associata di Neurologia e autrice senior, sottolinea il vantaggio rispetto agli strumenti diagnostici attuali: "Il nostro lavoro dimostra la fattibilità dell'utilizzo di esami del sangue, sostanzialmente più economici e accessibili rispetto alle scansioni di neuroimaging o agli esami del liquido spinale, per prevedere l'insorgenza dell'Alzheimer." L'obiettivo finale, aggiunge, è "riuscire a dire ai singoli pazienti quando è probabile che sviluppino sintomi, il che aiuterà loro e i medici che li assistono a definire un piano per cercare di prevenirli o rallentarli."
Lo strumento non è ancora utilizzabile per fornire indicazioni prognostiche al di fuori di studi clinici. Petersen segnala però che in futuro potranno essere integrati ulteriori biomarcatori ematici per affinare le stime predittive. I codici dei modelli sono stati resi pubblici per consentire ad altri gruppi di perfezionarli, e il team ha sviluppato un'applicazione web dedicata alla comunità scientifica.